Il treno Petacchi sbatte subito contro McEwen

Prima volata all’australiano. Giovedì nella cronosquadre è già sfida verità Cunego-Basso

Cristiano Gatti

nostro inviato

a Marcinelle

Vince McEwen, l'unico uomo capace di andare in bicicletta contro un treno e uscirne a braccia alzate. È il premio alla velocità esplosiva, ma anche alla scaltrezza del grande australiano abbonato al Giro. Anche questa volta, come già tante volte negli anni scorsi, domina applicando lo stesso schema: da solo, a mani nude, va ad affrontare il convoglio ipercorazzato e iperorganizzato del nostro Petacchi. Risultato: dal terribile scontro, sul filo dei sessanta orari, balza fuori il canguro. Per il nostro campione, legnoso e annaspante come una locomotiva, c'è solo un quarto posto, cioè una sonora sconfitta.
Musi lunghi in casa Petacchi. L'annata si è già messa abbastanza male, perché si possa pensare di fallire anche il Giro. Invece è proprio all'atteso primo round, in una corsa rosa che tra l'altro non prevede molti ring per velocisti, che il campione azzurro frana in modo netto e preoccupante. Colpa del suo treno? Lui è il primo ad escluderlo. Colpa di una forma barcollante? Escluso tassativamente anche questo: «Sto benissimo: purtroppo, certe volte vinci quando non sei al massimo, mentre altre volte perdi quando sei al cento per cento. Come oggi». Forse, la colpa vera va ricercata nella spiegazione del canguro: «Io sono l'unico capace di indurre in errore Petacchi, perché nei finali cambio sempre tattica e divento imprevedibile...».
Complimenti all'Australia, solo amaro per l'Italia. Però non è il caso di farne un dramma proprio qui, dove cinquant'anni fa davvero l'Italia ha pianto lacrime terribili, lasciando in fondo a una miniera 136 anime nostre (parentesi: voto al museo ricavato sui vecchi impianti, oltre il dieci). No, non è il caso di farla troppo lunga perché comunque Petacchi perde da un grande campione. McEwen ha già vinto più di cento corse in vita sua. Al Giro fanno nove. Otto al Tour. Non sono bruscolini.
Oltre tutto, il nostro patriottismo ferito ha già buone ragioni per trovare pronte consolazioni. Savoldelli in rosa, la prima. L'Armstrong de noantri (uguale la maglia, uguale l'andatura nella crono d'apertura, ora persino molto simile l'aspetto fisico, dopo adeguato taglio di capelli alla marine) sta già piacendo alle locali popolazioni. Simpatico, è simpatico. Forte, è forte. Nessuno può negare che sia un ottimo testimonial iniziale per questa edizione numero 89. Ovvio che lui speri di essere anche il testimonial finale, ma da qui a Milano la strada è davvero ancora troppo lunga.
La vera storia di questo Giro comincerà giovedì con la cronosquadre. Lì i galli del nostro pollaio cominceranno a spiumarsi. Apertamente, alla luce del sole, nella classifica generale. Ma se c'è una cosa - la seconda, dopo Savoldelli - che può consolare l'Italia mortificata da Petacchi, questa è già evidente: la bellissima e ferocissima inimicizia tra Basso e Cunego. Erano anni che il ciclismo aspettava la replica di quello che in fondo è un classico nazionale: due bei campioni uniti da reciproca e insanabile antipatia. Diciamo che l'ultimo capitolo della leggenda è fermo a Bugno e Chiappucci, subito dopo Moser e Saronni, a Gimondi e Motta, senza voler risalire fino a chi sappiamo. Certo, bisogna andarci piano, con le parole: prima di conferire ai due ragazzi d'oggi l'alta onorificenza di Rivali, bisognerà che si dimostrino all'altezza del ruolo. Però si stanno attrezzando bene. Fuori corsa, una meraviglia: per ammissione stessa di Basso, non riescono a stare insieme per più di dieci secondi. Probabilmente gli sto antipatico, ipotizza il diplomatico Ivan. L'altro, il Piccolo Principe, non ha alcun problema a togliergli qualsiasi dubbio: molto meno diplomatico, chiede di potersi scegliere liberamente le compagnie. Almeno quelle.
È una storia che promette benissimo. Come vuole il rigoroso copione, sono agli atti anche le prime coltellate in bici: due settimane fa, Liegi-Bastogne-Liegi, Basso cerca la fuga e Cunego prontamente lo va a stoppare. Sì, ci sono veramente tutte le premesse: questo Giro sta per diventare il battistero profano di un bellissimo conflitto. Uno è lungo, diesel, ordinato e perfettino. L'altro è piccolo, scattante, imprevedibile e sfrontato come la sua età. Uno è cavallo da fatica, l'altro e puledro da corsa. Atleticamente e umanamente, sono l'esatto opposto. Perfetti per dividere. L'importante è che non facciano nulla per mentire e per bluffare: niente di più patetico, agli occhi del tifoso, del proprio idolo che recita cordialità e bon-ton col nemico. Manca solo che si affrontino in bici, direttamente, senza trucchi e senza inganni, lungo le strade d'Italia. Oltre alle parole, servono i fatti. Intanto, direbbe Biscardi, è già ora di lanciare un sondaggio tra i nostri amici che ci seguono da casa. Più simpatico Basso o più simpatico Cunego? Più campione Basso o più campione Cunego? Vai col televoto. Prima che voti la strada.
Cristiano Gatti