«Trent’anni di libertà d’antenna» sulle onde corte

Alla ricerca dell'onda perfetta, come dei veri surfisti. Da qualche parte ci sarà, quell'onda, si tratta solo di cercare. Ecco perché il popolo della radio è di quelli passionali, tutt'altro che passivi (niente a che fare coi lontani parenti della tv), si sceglie una radio come una fidanzata, se ne innamora e, se ne resta deluso, ricomincia la ricerca della felicità. Sono 37 milioni gli italiani che tutti i giorni ascoltano la radio, sono 42 milioni quelli che almeno una volta alla settimana la accendono per sapere, ballare, pensare, ridere, pregare. E dire. Dire la propria cioè, e scusate se è poco. Non sempre è stato così. Tutto cominciò, in Italia, il 28 luglio 1976, come racconta la storia che - a trent'anni suonati di distanza - potrebbe assumere i contorni della fiaba. Quella «fiaba» la si può conoscere dalla mostra itinerante Radio FM 1976-2006 Trent'anni di libertà d'antenna, approdata finalmente sulla piazza milanese nella cornice del Museo della Scienza e della Tecnologia «Leonardo Da Vinci», ideata da Minerva Eventi di Bologna e guidata da un comitato scientifico presieduto dallo storico della radio Peppino Ortoleva. Da oggi al 1 aprile alcune sale del museo ospiteranno la mostra, il cui scopo principale è celebrare la magica stagione seguita alla sentenza n° 202 della Corte Costituzionale che sanciva la libertà di emissione radiofonica privata in Italia. La nascita delle radio libere, dunque. Presentata ieri nella superba Sala del Cenacolo del museo la mostra ha avuto due testimonial d'eccezione in Gianni Riso, storico deejay e voce di Radio 105, e Eugenio Finardi, altrettanto storico cantautore, legato alla «rivoluzione radiofonica del 1976» al punto da chiamare la propria figlia con il nome di Elettra («proprio come la figlia di Guglielmo Marconi, l'inventore della radio»). Un'occasione, questa, per mostrare il racconto «fisico» - in oggetti, filmati, registrazioni, fotografie - che, da oggi per un mese, riporterà indietro nel tempo chi ha qualche primavera sulle spalle. Oltre ad incuriosire le giovani generazioni nate e cresciute nell'impero comodo ma anche un po' algido del digitale. «Non si tratta di una mera celebrazione - ha spiegato Peppino Ortoleva - bensì di un racconto di come è cambiata l'Italia in questi 30 anni, anche grazie alla radio. Un medium poco visibile, ma efficace, in questo paese monomediatico in cui si pensa che solo la tv venga seguita. La radio libera fu l'irruzione dei dialetti nell'etere, fu il flirt con la politica, fu la musica non censurata». Assist perfettamente colto da Gianni Riso: «Oggi la censura è di tipo diverso - spiega polemicamente il veterano dei deejay - La radio raccoglie molta pubblicità, anche se il nostro 6% fa sempre ridere rispetto al 12% di Francia e Usa. Solo che si parla troppo poco, un tempo si raccontava meglio. La velocità uccide il racconto: al massimo oggi un deejay può parlare 30 secondi tra un pezzo e l'altro. Ma la media è di 15 secondi». Per ricordare la radio libera che fu, uno degli ultimi passaggi della mostra è quello delle «campane» audio, sotto le quali il visitatore può estraniarsi dalla realtà circostante ed essere trasportato alle voci di ieri: la chiusura in diretta di Radio Alice, o il microfono aperto di Radio Popolare nel giorno del rapimento di Aldo Moro. O, infine, la musica dei cari, vecchi «ellepì», i dischi in vinile. Non male chiudere gli occhi e farsi «bagnare» da questa doccia di parole, musica e libertà.