Trent’anni a Restivo ma giustizia non è fatta

Ieri a Salerno è stato condannato un fantasma. Trent’anni di carcere inflitti da un giudice in carne ed ossa a un imputato invisibile e impalpabile come un ectoplasma.
Danilo Restivo, 42 anni, l’assassino di Elisa Claps (ora, dopo 18 anni di attesa, la parola «assassino» può essere usata) non era in aula e non si è neppure collegato in teleconferenza. A lui - ergastolano in Inghilterra per l’omicidio di un’altra donna - non è mai interessato nulla di questo processo celebrato col rito «abbreviato» (e Dio solo sa quanto l’aggettivo risulti anacronistico).
Danilo si dichiara innocente, ma fin dalle prime ore successive alla scomparsa di Elisa (siamo nel lontano settembre 1993) tutto sembra accusarlo. Danilo, la domenica mattina, ha parlato a Elisa per l’ultima volta nella chiesa della Trinità; Danilo insidia Elisa da tempo; Danilo è «famoso» in città per il suo approccio violento alle ragazze. La soluzione del giallo è lì, apparentemente facile da acchiappare. Eppure Restivo (e la verità) sfuggono dalle mani degli inquirenti, come una saponetta bagnata.
Incapacità (o peggio) di chi ha condotto le indagini? La famiglia Claps parla di «coperture, connivenze, depistaggi» e oggi non molla la presa: «La condanna di Restivo non chiude il caso, ora vogliamo sapere chi l’ha protetto...». L’indirizzo porterebbe a palazzi intoccabili. Filomena e Gildo Claps, rispettivamente madre e fratello di Elisa, fanno nomi e cognomi di giudici, investigatori, preti, vescovi, politici. I cosiddetti «pezzi grossi». Mille sospetti, nessuna prova. Intanto a Potenza c’è chi in questo fango ci sguazza, magari per ottenere una briciola di visibilità mediatica. Una forma di sciacallaggio che sfregia sia la memoria di Elisa sia l’encomiabile dignità della famiglia Claps, circondata da tanti amici sinceri e, forse, anche da qualche amico meno sincero.
Dopo i 30 anni inflitti ieri a Restivo dal gup di Salerno, si potrebbe dire «meglio tardi che mai», ma sarebbe una magra consolazione; anzi, di consolatorio in questa condanna non c’è nulla. C’è, invece, un’enorme rimorso: non aver impedito che Danilo, dopo il massacro di Elisa, abbia potuto ammazzare anche un’altra donna in Inghilterra.
Restivo, da uomo libero, si trasferisce infatti nel Regno Unito e qui - a 9 anni dal delitto Claps - trova il tempo di uccidere anche la sarta Heather Burnett. Se in tutti quegli anni Danilo fosse stato bloccato, almeno la povera Heather oggi sarebbe ancora viva. Eccolo il rimorso che deve tormentare chi sa di non aver fatto tutto il possibile per mettere Restivo nella condizione di non nuocere.
Errori, negligenze, sviste fatte in buona o mala fede? Certo è che di pasticci nel «giallo Claps» ne sono stati fatti tanti. Troppi. Perfino sulla data e le modalità di ritrovamento del cadavere di Elisa nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità di Potenza incombono inquietanti interrogativi. Preti che vedono un teschio nel sottotetto della cattedrale e fanno finta di nulla; vescovi che non avvertono la polizia o lo fanno con colpevole ritardo; testimoni che dicono e poi subito ritrattano.
Per non parlare del passato, con gli abiti di Restivo macchiati di sangue e mai sequestrati; perquisizioni parziali; utenze telefoniche dalla famiglia Restivo non controllate; perizie sul Dna dagli esiti contraddittori. E poi ritardi, sospetti, indecisioni, calunnie, veleni, false piste in un interminabile rosario di approssimazione che non fa onore a nessuno.
Ieri a Salerno è stato messo il sigillo a una condanna già «scritta» 18 anni prima, ma arrivata solo 18 anni dopo. Ma non è finita qui: «Le indagini su tutti gli altri aspetti di questa vicenda, sulle complicità e sulle responsabilità andranno avanti - spiegano i legali della famiglia Claps -.
In particolare bisogna capire perché la Chiesa, non facendo trovare il corpo di Elisa per 18 anni, ha permesso che fossero stati prescritti tutti gli altri reati concorrenti per i quali Restivo sarebbe stato condannato all’ergastolo».
I legali di Restivo replicano con la solita frase che sembra uscire dal manuale del perfetto avvocato difensore: «Attendiamo le motivazioni, le leggeremo, le valuteremo e poi faremo ricorso in appello».