Trent'anni di Star Wars

Il primo episodio della saga di Georege Lucas uscì nelle sale americane nel 1977: così è nato un mito che ha influenzato due generazioni

Trent’anni fa, in una galassia lontana, lontana... Il mito di Guerre Stellari ha inizio un giorno del 1977, giorno in cui quaranta sale cinematografiche americane, una sparuta minoranza rispetto al totale, decidono di dare credito a una nuova pellicola realizzata da un giovane cineasta un po’ eccentrico che sembra abbia deciso di accontentarsi della paga sindacale che Hollywood passa ai registi di primo pelo in cambio dei diritti di merchandising sui personaggi. Un salto nel vuoto agli occhi di critici e produttori che invece, alla fine, ha stravolto le regole del cinema influenzando l’adolescenza di almeno tre generazioni. Ma come è potuto accadere?

Tutto sommato Guerre Stellari non ha inventato nulla dal punto di vista narrativo, né tantomeno sotto il profilo registico. Certo, gli effetti speciali, con quella commistione tra passo uno, modellini in scala e primi software grafici, erano strabilianti. Ma non può essere solo questa la ragione per cui centinaia di migliaia di persone, ancora oggi e in tutto il mondo, continuano a riunirsi nel segno della Forza, a indossare le armature delle truppe imperiali, a sognare un posto tra i cavalieri Jedi o fare le nottate in tenda per essere i primi ad accaparrarsi un nuovo fumetto, un videogioco o un romanzo dedicato all’universo creato da George Lucas.

Guerre Stellari è un film, un ciclo, una cosmogonia che, dietro il velo di una pellicola di cappa e spada ambientata nello spazio, riesce a toccare le corde più sensibili della nostra coscienza. Ed è in questo modo che un prodotto creativo fa da eco al mito. Per Chris Vogler il mito è «la metafora di un mistero che trascende la comprensione umana e che ci aiuta a capire, per analogia, le fondamenta etiche del cammino dell’Uomo». E, senza avvertirci ma consapevolmente, Guerre Stellari, con le sue maschere e il loro cammino in situazioni archetipiche, risveglia questa coscienza. Non a caso, a trent’anni di distanza, non sono i volti degli attori ciò che più ricordiamo, ma la loro condizione, nel bene e nel male, di personaggi archetipici. Luke Skywalker è l’eroe che, attraverso un cammino difficile e nobile, riesce a raggiungere il rango che gli consentirà di controllare il potere ma di non esserne assoggettato. Una strada sulla quale troverà la possibilità di cedere alla tentazione di una via più facile e seducente ma che invece rifiuta. Non come Darth Vader, l’antagonista, che si fa ammaliare dal controllo dell’energia e dal suo potere sugli uomini. Lucas la chiama Forza ma non è forse anche l’essenza custodita nell’Anello che Frodo, nella saga tolkieniana, decide di custodire ma non usare? E Ben Kenobi, il mentore asceta di Luke, non somiglia a Gandalf o a Merlino?

Lucas ha lavorato per un anno al soggetto di Guerre Stellari, senza cavarne un ragno dal buco. Poi ha letto L’eroe dai mille volti e si è lasciato convincere dall’autore, Joseph Campbell, che il viaggio dell’eroe verso la maturazione ha dovuto sottostare sempre alle stesse regole. Quelle che tutti gli spettatori di Guerre Stellari hanno riconosciuto inconsciamente perché iscritte nel loro dna dall’inizio dei secoli.