A Trento, dove era vietato obbedire

Le 250 pagine di Vietato obbedire appena pubblicato da Rizzoli sono dedicate a quel particolare aspetto della contestazione studentesca che fu l’Università di Trento. Lì, nella facoltà di Sociologia fortemente voluta dal presidente della Provincia Bruno Kessler (un democristiano di sinistra vicino alle posizioni di Aldo Moro), s’andarono assembrando, per attrazione fatale, gli utopisti, gli eversori, gli scalmanati, gli esibizionisti, i ribelli da salotto e i martiri da talk-show della sinistra non ortodossa. Per i più tra loro il successivo percorso è stato consueto, dalle comuni a una poltrona in Comune, da Lenin a Zelig, da Mao ad agevoli approdi politici o manageriali. L’itinerario d’un Marco Boato, tanto per intenderci.
Alcuni dei protagonisti di allora hanno tuttavia avuto una parabola tragica, o drammatica. Così Mauro Rostagno che andava in giro in poncho, proclamava «Non vogliamo mangiare alla vostra tavola, vogliamo rovesciarla», ed è stato ucciso dalla mafia nel 1988 a Trapani dove gestiva un centro di recupero per tossicodipendenti. Così Renato Curcio, che ha scontato 24 anni di carcere per terrorismo. Così la compagna di Curcio Margherita Cagol, morta in uno scontro a fuoco con i carabinieri. Così Adriano Sofri.
Autore di Vietato obbedire è Concetto Vecchio, un giornalista, catanese d’origine, che vive e lavora a Trento. Vecchio nega che Sociologia di Trento sia stata un’incubatrice delle Brigate rosse la cui nascita fa avvenire a Milano nell’autunno del 1970. Sono di parere diverso. A Trento - come in qualche fabbrica milanese o nella federazione giovanile comunista di Reggio Emilia - il terrorismo ha trovato un terreno di coltura ideale. Il linguaggio e i comportamenti degli esaltati di Sociologia favorirono la deriva di taluni verso la lotta armata. In buonissima fede Kessler prese un abbaglio tremendo. Aveva creduto di allevare in una sede universitaria del Trentino democristiano e timorato nuovi quadri dirigenti fedeli al centrosinistra, e si trovò alle prese con gruppuscoli malati d’estremismo infantile e brutale. Per avere la sua università Kessler si batté contro tutti e contro tutto, bussò alle porte dei suoi amici potenti. E l’ebbe vinta. Ma il frutto del suo sforzo fu tanto imprevedibile quanto sconvolgente.
Proprio a Trento prese slancio - dopo che se n’erano avute avvisaglie altrove - la moda delle occupazioni universitarie. La causa dell’agitazione trentina fu locale: gli studenti esigevano che la loro non fosse considerata una laurea minore, ancella di scienze politiche. Ebbero soddisfazione. Ma una minoranza tendeva a ben altro. Occupava perché voleva «il sociologo come scienziato sociale e non come tecnico-burocrate servo del padrone», voleva un mondo nuovo, e per di più voleva che ci fosse meno matematica nel piano di studi. Erano ragazzi vivaci, lo si capì presto. Era andato a Trento Indro Montanelli per presentare il suo ultimo libro e una studentessa gli si era avvicinata chiedendogli un autografo. «Il famoso giornalista stava per schizzare la sua firma quando la ragazza si è ripreso il libro, stracciandoglielo in faccia».
Rostagno si compiaceva delle sue bravate. In odio alla guerra del Vietnam coniò uno slogan ritenuto brillante: «Verissimo che due più due fa quattro. Ma quattro che cosa? Due generali e due industriali fanno quattro, 400mila morti nel Vietnam». Nell’autunno del 1967 Curcio e Rostagno presentarono Il manifesto dell’università negativa con controcorsi, controlezioni, tanta «lunga marcia», e una serie di richieste da soddisfare con finanza creativissima. «Abolizione totale delle tasse universitarie, salario generalizzato a tutti gli studenti indipendentemente dal merito, salario integrativo a tutte le famiglie cui l’università sottrae forza-lavoro».
L’atmosfera era, in quell’ateneo sui generis, invivibile sia per i docenti sia per gli studenti che volessero seguire le lezioni. Il professor Pietro Scoppola, democristiano progressista, resistette tre mesi. Il direttore della facoltà, Mario Volpato, fu insultato e costretto a lasciare l’aula. Lo avvicinarono altri studenti per pregarlo di proseguire altrove, e accettò. Ma anche nella nuova aula irruppero i contestatori. Volpato gettò la spugna, gli succedette Francesco Alberoni, giovane e ambizioso professore della Cattolica a Milano. Alberoni cercava di adeguarsi. «Si è presentato con un vistoso borsello sulle spalle e ha parcheggiato la spider verde oliva in via Verdi. Indossa una camicia azzurra e una cravatta color fragola. Non prende posto dietro la cattedra, si siede per terra». Poiché gli studenti sfoggiavano catene al collo, lui ne compra una da bovino al consorzio agrario. Ma non basta nemmeno questo, deve dare a sua volta forfeit. Sociologia è degradata. Un amministratore dichiara asciutto che la laurea di Trento «vale come un brevetto d’astronauta rilasciato dall’Università di Teheran». «In quattro giorni furono sostenuti 960 esami, tutti con votazione 28, e c’era anche qualche operaio della Michelin».
Infine i tumulti, le barricate, gli assalti agli uffici pubblici per l’arresto d’un qualche disobbediente. La colpa, accusano, è sempre della polizia «che ha provocato», i celerini sono manganellatori, i dimostranti che svellono dalla pavimentazione i cubetti di porfido e li scagliano contro gli agenti fanno solo una simpatica carnevalata. Il 30 luglio 1970, la vergognosa messa alla berlina dell’avvocato missino Andrea Mitolo e del sindacalista della Cisnal Gastone Del Piccolo, sequestrati dagli studenti e costretti a sfilare incatenati per le vie del centro. La città non ne può più di questi intellettualini sfaccendati e arroganti, a volte la polizia deve sottrarli alla folla che vorrebbe pestarli. Poi la stagione della follia finisce, lasciando - lo si capisce dalla lettura del suo libro - uno struggente rimpianto in Concetto Vecchio. Che è molto bravo e puntuale nell’elencare i fatti, tutti i fatti, ma che vede sempre nei contestatori una sorta di sfrontata allegria, da opporre alla tetraggine di questa Trento bigotta: che non ama chi accoglie i poliziotti, al loro ingresso in un locale, con due ostentati rutti. Gli alpini delle adunate hanno la tentazione di diventare maneschi, se messi alle prese con ultrà dai quali gli epigoni calcistici hanno mutuato certe tecniche propagandistiche: come quella di far circolare la voce, falsa, della morte per mano della polizia d’un dimostrante. «Le lotte non sono state vane - scrive Vecchio a conclusione della sua inchiesta - il biennio non prevede più l’obbligatorietà degli esami di matematica e di statistica su cui si arenavano in tanti». Già, lì si arenavano: questi genietti tanto bravi nell’elaborare documenti ideologici di ardua comprensibilità, di totale distacco dalla realtà della vita e della storia, quando si tratta d’affrontare un calcolo - che non ammette soluzioni variegate e dialetticamente discusse, ma una sola soluzione - sono in affanno. Maestri del bla-bla-bla cui molti tra loro riescono ancora - smaltite le sbornie giovanili - a dedicarsi.