Treviso, psicosi meningite Viaggio tra gli "appestati"

I proprietari del locale dove è avvenuto il contagio evitati come degli appestati. Il direttore dell'Ulss: "Ormai è certo che l'epidemia è partita proprio dalla comunità sudamericana"  

Pederobba - Eccolo qua l'«appestato», l'uomo della meningite: Roberto Caron, lunghi capelli grigi, faccia scavata, moglie, due figli, e una maledetta birreria che fino a due settimane fa filava a meraviglia e adesso è peggio di un lebbrosario.

Alle sei di sera di solito è già mezza piena: operai della vicina zona industriale (quaranta fabbriche tra cui Luxottica) che si fermano per uno spuntino, impiegati che prendono l'aperitivo, gente di passaggio sulla strada tra Montebelluna e Feltre. Ieri invece sette presenti nel locale riaperto alle 16.30 dopo due giorni di chiusura seguiti all'epidemia: una barista, Caron, suo padre, quattro amici. «Che stasera vengono pure a cena da me. Gli unici che mi sono stati vicini».

Alle tre del pomeriggio sulla porta della Kaltenberg sono ancora affissi gli avvisi sanitari: quello ufficiale dell'Ulss («Ordinanza contingibile e urgente per ragioni di igiene e sanità») e quello di Caron, terra terra: «Sei stato qui la sera dell'8 dicembre?» con sette punti di domanda. «Purtroppo abbiamo avuto un cliente con un serio problema di salute»: bell’eufemismo, quel cliente è morto.

Era un ragazzo di 15 anni che si è sentito male a scuola il 12 dicembre. Poi si è saputo che lui e gli altri contagiati avevano bevuto e ballato in quella birreria completando il giro in altri due locali a Conegliano e Silea: tutti chiusi per 48 ore. «Chiusura inutile - protesta Caron - avessero almeno disinfestato. Intanto io e la mia famiglia siamo diventati degli appestati. A mia figlia di cinque anni sabato la maestra ha fatto saltare la recita di Natale. Quando vado a prenderla all'asilo le mamme tirano a sé i bambini e scappano via. Mia moglie, che fa la rappresentante di pentole, continua a perdere appuntamenti: ovviamente nessuno le dice che è per paura della meningite, che brava gente. Io capisco chi si spaventa, intendiamoci, ma non eravamo noi i malati».

La meningite come la peste, la terra ghiacciata del prosecco come un lazzaretto. La psicosi dilaga. Mille persone sono state sottoposte alla cura di antibiotici (parenti, amici, compagni di scuola e tutti gli avventori dei tre locali), migliaia e migliaia di telefonate alle aziende sanitarie, e centinaia le persone estranee alle febbri del sabato sera che si sono precipitate al pronto soccorso di Conegliano, Castelfranco e Treviso per farsi visitare.

«Ora è tutto sotto controllo», assicura il dottor Sandro Cinquetti, direttore sanitario della Ulss 7 di Pieve di Soligo e coordinatore della unità di crisi che ha fronteggiato l'emergenza. Aggiunge il dottor Moreno Agostoni, anestesista a Montebelluna: «Impossibile trovare il portatore sano del meningococco, ma vista la quantità di gente che abbiamo controllato siamo abbastanza convinti di averlo immunizzato».

Sono state giornate drammatiche nel Trevigiano. L’epidemia, i morti, il panico, la gente che assediava il pronto soccorso con la mascherina bianca o la sciarpa sulla bocca. Qualcuno particolarmente spaventato ha preso l'antibiotico distribuito in ospedale anche se non aveva nessun sintomo: una specie di ansiolitico.

«Non è un contagio facile, ma il batterio presentava una virulenza mai vista - risponde Cinquetti - tre morti su sei casi accertati significa una letalità del 50 per cento. Adesso siamo nella fase della sorveglianza sanitaria che terminerà dieci giorni dopo l'ultimo ricovero». Cioè il 25 dicembre, Natale. «Valuteremo se attuare una campagna straordinaria di vaccinazione».

Insomma, meglio stare ancora all'erta. Ne è convinto anche il direttore generale dell'Ulss 7, Angelo Del Favero: «Ormai è accertato che l'epidemia è partita dalla comunità dei sudamericani. Nel territorio della mia azienda sanitaria vivono 25mila stranieri di 140 nazionalità su 210mila abitanti. Ora ci accorgiamo che ai problemi di sicurezza e ordine pubblico si aggiunge questo fatto inatteso delle malattie indotte dai nuovi abitanti, credute debellate quindi non vaccinate e per giunta difficili da individuare. La nostra struttura ha dimostrato grande efficienza; ora ci prepariamo a una importante azione di educazione sanitaria a partire dalle scuole. Bisogna spiegare. E anche prepararsi».