La «triade» di Generali si prepara al suo ultimo anno

Marcello Zacché

nostro inviato a Trieste

Le ore che precedono l’assemblea annuale delle Generali che, caschi il mondo, si tiene l’ultimo sabato di aprile fin da quando, nella filiale di Praga, ci lavorava Franz Kafka, sono frentiche. A quei tempi, prima della Grande Guerra, Trieste era la terza città dell’impero, dopo Vienna e Praga. Oggi, a suo modo, è terza addirittura in Europa: perchè davanti a Generali ci sono solo Axa a Parigi e Allianz a Monaco di Baviera.
Per questo i cellulari del presidente, Antoine Bernheim, e quelli di Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot, i due amministratori delegati, sono roventi. C’è da accettare l’ingresso in consiglio di Maurizio Dallocchio, che avrebbe ottenuto in queste ultime ore l’ok definitivo a rappresentare la Fonsai di Ligresti. Una scelta difficile perché riguarda un concorrente di tutto rilievo, leader italiano nel settore danni. E poi c’è da mettere a punto il discorso che gli almeno 500 azionisti che si presenteranno al «palazzo rosso» di Piazza Duca degli Abruzzi domani alle 9, per una kermesse che vale di più della prima del Teatro Verdi, ascolteranno con reale curiosità.
Bernheim e i due ad hanno appena completato la scaletta del loro intervento. Che sarà in tre parti: i risultati del piano industriale 2003-2006; un riassunto dei target del nuovo piano 2006-2008; e una spiegazione del bilancio scritto con i nuovi criteri contabili comunitari. Il tutto con la solennità dovuta al fatto che la gestione della triade arrivata a Trieste nel 2003 volge al termine: domani parte il loro ultimo anno. Quello era il momento della rivoluzione nella Mediobanca (primo socio di Generali) di Maranghi, cacciato dalle banche con l’appoggio degli amici francesi di Bernheim. Con la possima assemblea scadrà l’intero Cda e Bernheim, che ha già compiuto gli 80 anni oltre ai quali nessun presidente delle Generali è mai andato, dovrebbe lasciare. Non è così per i due ad. Che si giocano la riconferma.
Il biglietto di presentazione è la Borsa: nel 2003 il titolo ballava intorno ai 20 euro. Oggi balla 10-12 euro più in su (30,11 euro ieri in Borsa). Che significa 14 miliardi di valore in più per gli azionisti. Creati con una mini-rivoluzione: al loro arrivo i due hanno trovato una compagnia stanca, poca la spinta produttiva, troppa finanza, e un processo decisionale piramidale poco incentivante: se non venivi da Trieste non contavi nulla, le decisioni arrivavano sempre dall’alto. Oggi, invece, i territori chiave sono stati arricchiti di manager locali. È stato creato un international board, che si riunisce ogni due mesi, composto dalla «triade», dal direttore generale Raffaele Agrusti, dal nuovo capo di Generali in Francia, Claude Tendil, dall’austriaco Karl Stoss, dalla «spagnola» Monica Mondardini e dal capo del private banking e di Bsi, il ticinese Alfredo Ghysi.
Poi bisognava lavorare sui danni: per ogni 100 euro di premi, Generali ne spendeva 108 per pagare i sinistri. La scelta difficile era quella di mollare i grandi rischi, soprattutto all’estero (i mega-contratti-ricatto stipulati con le grandi corporate) e concentrarsi sul retail. Restano problemi, soprattutto in Austria. Ma in tre anni quei 108 euro sono scesi a 97,9, e nel 2008 saranno 95,5.
I soci dovrebbero essere soddisfatti. Si vedrà domani, quando partirà idealmente anche un altro anno: quello del risiko bancario che, comunque lo si voglia guardare, ha un grande obiettivo nel fondo del mirino: le Generali. Oggi più in forma che mai.