Un triangolo di bamboccioni sulle «Strade bianche»

Enrico Remmert non è certo uno scrittore prolifico, con appena tre libri pubblicati in tredici anni. Dall’esordio di Rossenotti (1997) alla conferma de La ballata delle canaglie (2002), passando per alcune antologie compilate con il poeta Luca Ragagnin, è finalmente tornato alle stampe con un romanzo fresco e malinconico, ideale passaggio dall’afa estiva alla bruma autunnale. Strade bianche (Marsilio, pagg. 221, euro 17,50) è una sorta di road movie sulla dorsale adriatica dell’Italia, da Torino a Bari, che sarebbe il soggetto ideale per un film di Salvatores.
Protagonisti di quello che all’inizio appare come un semplice trasloco per diventare poi l’occasione di un viaggio sentimentale, è uno strano terzetto di personaggi immaturi e irrisolti. Lui, Vittorio, è un orchestrale che ha trovato finalmente il posto di lavoro ma è costretto a spostarsi di oltre mille chilometri. Lo accompagna Francesca, fidanzata in crisi che nel frattempo ha una storia con un medico e deve decidersi se lasciarlo oppure no. Ai due si aggiunge Manu, single squinternata e alle prese con mille problemi, inseguita da un amante cui ha rubato una tela di Keith Haring per pagarsi i debiti.
Strade bianche suggerisce un’altra Italia di provincia, ricca di storie e di personaggi improbabili, oleografica al punto giusto, impermeabile al tempo che passa. Oltre che nel divertissement della trama, nella tensione narrativa che tiene per le oltre 200 pagine, Remmert è bravissimo anche nel mutare continuamente i registri della scrittura, adattandoli di volta in volta a ciascun componente del trittico. Di più, il romanzo sottintende un’interessante e problematica indagine sui trentenni di oggi: bamboccioni, un po’ frustrati, senza alcun senso di responsabilità. L’autore però non dà giudizi, lasciando aperta la porta a possibili redenzioni. E intanto sposta in avanti la «linea d’ombra» rimandando l’ingresso dei suoi personaggi nell’età adulta.