Un triangolo per fermare l’estremismo

Domani il Consiglio dei ministri approverà il «pacchetto sicurezza», più o meno arricchito dai suggerimenti della Lega. E certo si tratterà di misure utili e necessarie, che tuttavia non offrono una garanzia certa contro gli attentati. Ci sembra logico che non si decida di sospendere il Trattato di Schengen: il 7 luglio londinese ha dimostrato che i terroristi non erano né immigrati regolari né clandestini, ma cittadini britannici a tutti gli effetti. Perché la Francia abbia deciso di sospendere Schengen è uno dei misteri parigini. O forse non lo è: è servito a dare all'opinione pubblica francese un segnale che si fa qualcosa, anche se i fatti dimostrano che proprio quella decisione non può rimediare al fatto che i terroristi siano già nei nostri Paesi e siano, come si dice, gli inquilini della porta accanto.
Si assiste intanto a una inversione di strategie anti-terroriste. Negli Stati Uniti viene riconsiderata criticamente la strategia dura e repressiva messa in atto dopo l'11 settembre, per il semplice motivo che avrebbe fallito di fronte al modello messo in atto il 7 luglio, per cui a Washington si comincia a guardare con maggiore comprensione alla strategia più morbida e dialogante degli europei. In Europa, invece, gli attacchi di Londra dimostrano che proprio questa strategia non ha fermato i terroristi e si guarda con maggiore attenzione alle norme restrittive applicate in America.
Sul piano pratico, si tratta di un avvicinamento che potrebbe essere molto fruttuoso. Ma il punto è un altro. Per quanta cooperazione gli Stati dell'Occidente possano sviluppare, da soli non verranno mai a capo del terrorismo in tempi ragionevoli. Occorre un alleato forte. E questo è rappresentato dai Paesi musulmani che non vogliono stare sotto il ricatto del terrorismo. Perché questo colpisce qua e là in Occidente soprattutto per auto-eccitarsi ed auto-giustificarsi, ma nei Paesi musulmani minaccia direttamente, ed esplicitamente, i loro regimi. Questi sono il loro primo obiettivo strategico: conquistare il potere in Arabia Saudita, in Pakistan, in Egitto e poi negli Stati più piccoli ma ricchi di petrolio così da mettere questo sotto un unico controllo ideologico e farne un'arma decisiva contro l'Occidente perché si ritiri dal Medio Oriente e lasci solo e isolato Israele con cui il nuovo Califfato islamico regolerebbe una volta per tutte i conti, eventualmente dopo essersi dotato di armi nucleari.
Per bloccare questo disegno occorre la collaborazione dei Servizi d'intelligence dei Paesi musulmani, delle loro forze di polizia, e soprattutto dei loro governi. Solo questi possono infiltrare le cellule terroristiche e neutralizzarle. Finora hanno tutti seguito, chi più e chi meno, una linea ambigua, alternando la fornitura di informazioni preziose all'Occidente e tenendo per sé altre allo scopo di consentire anche ai terroristi di mettere a segno qualche colpo.
Qualcosa si sta muovendo, dopo i fatti di Londra, proprio in questa direzione. Intendiamoci: una collaborazione bilaterale tra singoli Servizi dei Paesi musulmani e Servizi di singoli Paesi occidentali c'è stata e ha dato risultati. Si tratta di renderla permanente e multilaterale. Solo se uniti, l'America, l'Europa e il Medio Oriente moderato e responsabile possono sconfiggere il terrorismo. Per questo diventa cruciale la sorte dell'Irak, dove i gruppi terroristi stanno producendo il massimo sforzo per delegittimare il governo uscito dalle elezioni del 30 gennaio, provocare una guerra civile e quindi spianare la strada ad un governo islamico che funga da primo tassello del Califfato, da estendere poi all'Arabia Saudita, ai Paesi del Golfo, al Pakistan e all'Egitto.
Dicevamo che qualcosa si sta muovendo. Quel centinaio di presunti terroristi catturati in Pakistan è la prima notizia di una svolta in un Paese-chiave per l'attuazione di questa strategia triangolare. Prima diventerà ufficiale e concreta, meglio sarà.