Le tribù sul piede di guerra «Non siamo più americani»

La provocazione dei pellerossa a Washington: «I trattati firmati dagli antenati sono carta straccia Non sono mai stati rispettati dagli Stati Uniti»

Dopo aver pazientato per centocinquant’anni, alla fine Wakan Tanka, il Grande Spirito degli indiani d’America, si incazzò. O più correttamente, vista la sua consuetudine con i suoi villosi abitanti della Prateria, si imbufalì. Spedendo lontano, a Est, fino all’Accampamento dove comandano i discendenti dei Lunghi Coltelli, una rappresentanza della parte più nobile del suo popolo terreno: i Sioux Lakota. Portatori a Washington di un messaggio inequivocabile, espresso con lingua per nulla biforcuta: «Non siamo più cittadini degli Stati Uniti d’America e chi vive nelle regioni dei cinque Stati su cui si estende il nostro territorio è libero di unirsi a noi e annunciare il pieno ritorno alla nostra sovranità in base all’articolo 6 della Costituzione, alla legge internazionale e a quella della Natura».
Queste parole, scandite da Russell Means, attivista della causa Lakota, nonché noto attore cinematografico, devono essere riecheggiate mercoledì mattina ben oltre la navata della Chiesa Congregazionale al 5301 di Capital Street, Washington DC, dove sono state lette. All’annuncio che sono pronte patenti e carte d’identità un brivido imbarazzato avrà percorso le stanze del Dipartimento di Stato, diretto destinatario del messaggio, soprattutto in scia alla frase con cui i nativi americani provenienti dalle riserve che compongono la loro «Nazione», ovvero quelle di Nebraska, North Dakota, South Dakota, Montana e Wyoming, hanno annunciato di voler stracciare unilateralmente i trattati conclusi col governo federale, alcuni dei quali vecchi di oltre 150 anni.
«Parole senza valore su carta senza valore che sono state violate a più riprese per privarci della nostra cultura, delle nostre usanze e per rubare la nostra terra», li ha definiti Means, divenuto famoso come il più anziano tra i tre pellerossa protagonisti del film L'ultimo dei mohicani. Ma anche per aver concorso, nel 1984, alla nomination repubblicana come potenziale vice dell’ex re del porno Larry Flint; un colorito ticket, il loro, battuto da quello più conservativo composto da Ronald Reagan e George Bush senior. «Abbiamo sottoscritto 33 trattati con gli Stati Uniti che non sono stati rispettati», ha fatto eco a Means la attivista Phyllis Young nel corso della manifestazione di Washington durante la quale è stata anche annunciata l’imminente consegna di passaporti e patenti di guida della nascitura Nazione Sioux a tutti gli abitanti dei cinque Stati che rinunceranno alla cittadinanza Usa.
Un disagio, quello dei discendenti di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo, che stando ai dati forniti dalla sede di Washington dell’associazione Lakota Freedom, si traduce in cifre che fanno pensare: tra i Lakota l’aspettativa di vita è inferiore ai 44 anni; la mortalità infantile è cinque volte superiore a quella del resto d’America; la diffusione della Tbc è dell’800% più alta di quella media statunitense; la miseria diffusa viene evidenziata da un 97% che vive sotto il livello di povertà; il tasso di disoccupazione nelle riserve è di circa l’85%, cifra che può spiegare infine una percentuale di suicidi giovanili superiore del 150% rispetto a quella degli altri Stati americani.
Non è stata del resto mai facile l’esistenza di questo popolo legato al ruolo centrale della famiglia e caratterizzato da un’etica sessuale rigidissima. Un popolo il cui nome, Lakota, significa «creatura amichevole» e certamente preferito a quello di Sioux - dispregiativo che vuol dire infatti «meno di un serpente» - attribuito loro dagli Algonchini.
Originariamente stanziali - nel Cinquecento popolavano l’attuale North Carolina - furono poi costretti dall’ostile e bellicosa Lega degli Irochesi a spostarsi verso le grandi pianure del Midwest, diventando prima agricoltori seminomadi, poi cacciatori nomadi e infine guerrieri. Una pratica, quella bellica, nella quale peraltro valore e coraggio erano le loro regole, con la non rara prassi di risparmiare il nemico. Accontentandosi di toccarlo, come a simboleggiarne l’uccisione.
Così ci piace pensare che il vento, un amico che da secoli i Lakota hanno imparato ad ascoltare, abbia portato l’eco del loro scatto d’orgoglio al di là delle bianche colonne di Washington. Ma ben oltre, fino alle Black Hills, nel South Dakota, dove per iniziativa di uno scultore bianco di Boston, Korczak Ziolkowski, ora scomparso, dal 3 giugno 1948 un’intera montagna viene scolpita con un lavorio titanico per farla diventare la gigantesca statua - 195 metri per 172 - del più grande dei capi, Cavallo Pazzo, che afferra il suo pony per la criniera. Una degna risposta al monte Rushmore, dove erano stati immortalati i volti di cinque presidenti Usa. Alti, è vero, appena 18 metri, ma scolpiti proprio in quella roccia che per i Lakota era sacra.