Via Triboniano, ronde per difendersi dai rom

Matthias Pfaender

A qualsiasi milanese, quando sente parlare di via Triboniano, viene in mente il campo nomadi. Un’associazione mentale immediata. Troppe volte le cronache hanno parlato della baraccopoli a ridosso del cimitero Maggiore, perchè un solo cittadino non abbia ben chiara la situazione. Ma ben pochi sanno quale fonte di amarezza e frustrazione sia il vivere a ridosso della favela meneghina e sentirsi come un Don Chisciotte che, invece di scagliarsi contro i mulini a vento, combatte contro le baracche e l’indifferenza. In via Triboniano, all’altezza del numero 240, c’è un gruppetto di case abitate da persone che da anni lottano contro il degrado in cui l’area è nei decenni lentamente scivolata. Fanno le ronde per difendersi e chiedono che il Comune intervenga alzando un muro che li protegga. Per arrivare alle loro abitazioni, che confinano con un laghetto, i residenti devono oltrepassare il campo nomadi, facendo slalom tra rifiuti, escrementi e macchine parcheggiate dove capita. «Ma non ce ne andremo mai - afferma risoluta Gianna Brembilla -. Sono nata qui, qui c’è tutta la mia vita. Un tempo quest’area era un piccolo paradiso alla porte di Milano. Il laghetto era meta di famiglie che la domenica venivano qui a fare pic-nic. Ora - commenta - questa è terra di nessuno. Non siamo protetti, e dobbiamo difenderci da soli. Facciamo le ronde di controllo, teniamo costantemente d’occhio la zona. Ma qui vive solo una decina di famiglie, per la maggior parte composte da persone anziane. Non abbiamo più la forza di vigilare ogni ora del giorno e della notte».
L’edificazione in questi giorni a Padova del muro per delimitare le piazze di spaccio è per queste persone una motivazione ulteriore nel pretendere che qui si faccia altrettanto. «Viviamo barricati da anni - afferma la Brembilla -. All’inizio avevamo una sbarra a delimitare le nostre case dalla baraccopoli, ma ce l’hanno distrutta. Allora abbiamo messo un cancello. Tirato giù anche quello. Quindi abbiamo rifatto il cancello, abbiamo delimitato le nostre case con muri alti, ma ancora ce li ritrovavamo nel nostro cortile. Adesso abbiamo messo il filo spinato sul muro, quello a serpentine di tipo militare. Ma i problemi non sono finiti. Dobbiamo convivere con risse, urla, violenze e angherie di tutti i tipi. Non dovremmo essere noi ad essere isolati da un muro, ma loro». Ma perché i nomadi entrano nella vostra proprietà? «Perchè considerano il nostro cortile - commenta Renato Grandi, milanese, 76 anni vissuti nella zona, cinquanta felicemente e i restanti con la rabbia di chi si sente preso in giro da tutti, dagli enti pubblici ai politici - il loro gabinetto. Vengono qui a fare i loro bisogni, sia di giorno che di notte». Il fetore che appesta l’aria ne è la conferma. «Dobbiamo vivere in mezzo alla loro sporcizia, e se provi a protestare - continua - il minimo che ti arriva è una sassata. Dai bambini eh, perchè se sono ragazzi un po’ cresciuti ti picchiano».
«Io sono stato picchiato quattro volte dagli zingari - afferma Giuseppe, cinquant’anni, addetto alla custodia del laghetto dei Tigli, un tempo fiorente polo per la pesca turistica, oggi specchio d’acqua abbandonato -. Entrano nel lago, rubano i pesci, le canne da pesca dei clienti. Quando sono piccoli e sono in pochi, ce la faccio a mandarli via. Ma la maggior parte delle volte non posso far altro che chiamare la polizia». Già, la polizia. Cosa fa per voi? «Fa quello che può, cioè ben poco - spiega la signora Talenti, sessantenne che da sempre vive in via Triboniano -. I rom hanno delle vedette all’ingresso del cimitero che avvisano gli altri all’arrivo dei carabinieri. Appena i militari se ne vanno, tutto ricomincia. Ci siamo anche rivolti ad un servizio di vigilanza privata, ma dopo che i vigilantes sono stati picchiati per la terza volta, la direzione dell’agenzia ci ha mandato una lettera con cui rinunciava all’incarico».