Il tribunale di Roma dirà se Welby può morire

Interrotto lo sciopero della fame dei 700 cittadini solidali con il malato che chiede la fine delle cure. E presto il ministro Turco gli farà visita

Anna Maria Greco

da Roma

Sarebbe eutanasia quella che libererebbe Piergiorgio Welby dalla sua «prigione infame»? Lo tiene in vita, malgrado la degradazione fisica dovuta alla distrofia muscolare, solo un «infame accanimento terapeutico», dice il leder radicale Marco Pannella. Così la pensano il ministro per la Solidarietà sociale Paolo Ferrero (Prc), il titolare dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio (Verdi), Cesare Salvi della sinistra Ds. Per loro, staccare il respiratore artificiale, come lui chiede pubblicamente da 78 giorni, sarebbe dunque un atto di giustizia e libertà. Mentre Riccardo Pedrizzi di An sostiene che nel caso di Welby non si tratta di accanimento terapeutico e replica a Ignazio Marino, cattolico della Quercia, che per la Chiesa l’eutanasia è inaccettabile.
Mercoledì il comitato di presidenza del Consiglio superiore di sanità dovrà appunto rispondere alla drammatica questione, posta agli esperti da Livia Turco. Il ministro della Salute andrà presto a visitare Welby e chiede alla comunità scientifica di dare «una definizione più puntuale» dell’accanimento terapeutico, per arrivare a una norma «che orienti i medici».
Apprezza il suo comportamento la Consulta di bioetica, presieduta da Maurizio Mori, e si augura che alla fine sia riconosciuto a Welby il «diritto a richiedere la sospensione delle cure e di concludere la situazione di accanimento terapeutico in cui è tenuto».
Martedì, intanto, sarà la prima sezione del tribunale civile di Roma a discutere il ricorso presentato da Welby per ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale. In attesa della decisione e su richiesta dello stesso interessato è stato interrotto lo sciopero della fame che ha coinvolto 700 cittadini, tra cui parlamentari, medici e il ministro Emma Bonino, per sostenere il diritto di Welby di interrompere, «senza dover soffrire, la tortura che sta subendo». Tra questi, il segretario e il vicesegretario dell’associazione «Coscioni» Marco Cappato e Rocco Berardo, il segretario dei radicali Rita Bernardini e il responsabile del sito internet di Radio radicale Diego Galli si dicono disponibili a staccare la spina, anche assumendosi «la responsabilità di disobbedire a un’interpretazione anticostituzionale e disumana delle leggi esistenti».
Sulla vicenda Welby, per il vicecoordinatore di Fi Fabrizio Cicchitto bisogna distinguere tra la scelta per l’eutanasia, «che non condividiamo, e il superamento dell’accanimento terapeutico che, a certe condizioni, è un dramma e può essere sciolto affidando la soluzione a una intesa tra medico e paziente». Contro «qualsiasi surrettizia ipotesi che possa furbescamente giustificare l’eutanasia», si esprime Cesare Cursi (An), vicepresidente della commissione Sanità del Senato.