Il tribunale di Torino indaga sugli eccidi ignorati alla Spezia

I sette fascicoli sui massacri «firmati» dalla Resistenza sono sulla scrivania del procuratore militare

Maria Vittoria Cascino

I fascicoli respinti dalla Spezia adesso sono a Torino. Al Tribunale Militare. Dopo che il procuratore spezzino Marco De Paolis dichiara l'incompetenza nel giudicare gli eccidi compiuti dai partigiani dopo la Liberazione. Dopo che Marco Pirina, direttore del Centro Studi e Ricerche Storiche Silentes Loquimur di Pordenone, ha cercato di spiegargli che Padova ha già aperto tre fascicoli. Che c'è un decreto luogotenenziale, firmato da Umberto II di Savoia, che riconosce i partigiani forze belligeranti soggette ad impunità finché il nemico resta in territorio italiano, ma dopo c'è la Convenzione di Ginevra. Macchè, De Paolis dà un'occhiata e si sbilancia subito, «per questi delitti efferati, quindi non prescrittibili, c'è la giustizia ordinaria».
Non è pane per la magistratura militare. Pirina resta di sasso e promette di ricorrere al tribunale dell'Aja. Ma intanto scopre che l'incompetenza c'è, non tanto nel merito quanto nella logistica. Perché Genova, Savona e Imperia fanno capo al Tribunale Militare di Torino. Lo storico non si perde d'animo, acchiappa il malloppo documentale e mercoledì scorso lo scarica personalmente sulla scrivania del procuratore torinese Pierpaolo Rivello. Sette fascicoli liguri (colonia di Rovegno, corriera di Cadibona, Molini di Voltaggio, Monte Manfrei, campo sportivo o di golf di Sanremo e Castiglione di Oneglia) più diciassette relativi a stragi compiute in Piemonte. Un lavoro certosino: su ogni singolo fascicolo sono appuntati tutti i riferimenti documentali e le sedi dopo è possibile reperire testimonianze e carte. Storico e procuratore si parlano per oltre un'ora.
«Rivello mi ha spiegato che per aprire i fascicoli occorrono tre condizioni: il fatto, i morti e qualcuno vivo da processare». Pirina gli conferma di poter soddisfare tutte le condizioni. Gli racconta l'iter dei fascicoli che Spezia allontana lasciando la giustizia fare il suo corso in altra sede. Pirina allega una lettera che esplicita le motivazioni di una presa di posizione forte e provocatoria: «..Siamo convinti che gli ideali non generano crimini, mentre le ideologie li realizzano - scrive - e li giustificano nel tempo con una falsa e distorta scrittura degli eventi». Lo storico si appella alla giustizia militare «che ha la competenza sui delitti compiuti dai belligeranti (e il riferimento è il decreto firmato da Umberto II di Savoia il 12 aprile '45), riconosciuti al pari di militari con successivi interventi legislativi previdenziali, pensionistici e per riconoscimenti ai fini della carriera militare». Tira in ballo l'opera dello storico Pavone, «che ci porta ad individuare tre caratteristiche della stessa Resistenza: guerra di Liberazione, guerra di classe e guerra civile. Insiste sulle ultime due che «riguardano reparti partigiani che facevano riferimento al Pci e che svilupparono lotta armata in primis contro fascisti in divisa e fascisti, uomini e donne, simpatizzanti repubblicani, creando un clima sempre più esasperato di guerra civile. Per politicizzare la resistenza armata venivano compiute azioni gappiste anche nei confronti di militari tedeschi, per esasperare la popolazione, vittima di feroci rappresaglie tedesche, portandola fuori dall'attendismo e trascinandola nella spirale dell'odio».
Pirina schiaccia l'acceleratore sui segni distintivi assunti dai partigiani, quelli avvalorati dal decreto di Umberto II, causa scatenante di quel giro vizioso di fascicoli in cerca di procuratore. Parla di divise, «delibere militari», «tribunali di guerra militari» e struttura gerarchica, nonché della «gestione di strutture militari, come caserme dell'esercito o stazioni di carabinieri trasformate in commissariati militari partigiani». Parla di violazione della convenzione di Ginevra riguardo al trattamento dei prigionieri civili e militari, «ignorando l'ordine del ministro della guerra Casati che intimava l'immediata consegna dei prigionieri alle truppe alleate, legittime titolari dei prigionieri stessi». E poi la stilettata in quel della Spezia: «Queste violazioni sono rimaste impunite a causa di amnistie cui si sono richiamati i tribunali penali, non competenti, a nostro giudizio, su reati compiuti da belligeranti o militari a guerra finita». L'azzurro delle sette cartelle liguri fa uno strano effetto sulla scrivania mogano. Vicino, il rosa acceso delle diciassette piemontesi. Ti fermi sui colori, un modo per continuare a pensare senza sentire il peso di quello che c'è dentro, senza l'agghiacciante imbarazzo di sollevare una pietra tombale.Ci sono altre carte generali, distinte dai fascicoli: «Sono relative alla costituzione di tribunali militari delle divisioni garibaldine, e dimostrano come i partigiani abbiano applicato il decreto di Umberto II. Noi diamo tutti i riferimenti di testimonianze e reperimento documenti, riservandoci di comunicare i nomi dei responsabili al momento dell'apertura dei fascicoli». Ti dice che le carte originali, scovate nell'archivio di stato e raccolte in oltre un decennio di ricerche, sono custoditi in due banche. Ti dice che tutti i fascicoli presentati sono relativi a stragi i cui autori o la manovalanza sono ancora viventi.
«Il procuratore Rivello ha condiviso l'impostazione della lettera di presentazione in ogni sua parte e ha chiesto di vedere i miei due libri sulla guerra civile - insiste Pirina -. Col procuratore di Padova, Dini, che stima moltissimo, sta lavorando ad una pubblicazione sulla storia militare dei tribunali», Pirina la butta lì. Dini i fascicoli li ha aperti, Rivello ha ascoltato con attenzione lo storico, ma in quelle ventiquattro cartelline colorate adesso ci deve ficcare il naso. Basterà un'occhiata per capirne o meno la competenza? Basterà il decreto di Umberto II a scalzare le amnistie? Altra procura, altro giro. Ma dopo sessant'anni questi fascicoli mordono il freno. Perché non hanno più tempo.