Tribunali, si cambia: "Chi sbaglia sarà punito"

Il sottosegretario alla Giustizia, ex presidente dell’Anm, avverte: "Paghiamo un ritardo di 30 anni. Ora niente sconti ai fannulloni". E per il futuro propone di snellire i tribunali, mettere tutti in condizione di lavorare al meglio e punire chi sbaglia

Milano - La prende da lontano: "Nessuno vuole negare i tempi lunghissimi, intollerabili dei processi». Poi arriva al dunque, senza passare attraverso i tornelli: «Dobbiamo studiare nuovi modelli organizzativi». Giacomo Caliendo, magistrato di lungo corso, per lungo tempo alla Procura generale di Milano, oggi è sottosegretario alla Giustizia e senatore. Quindi è a suo modo una figura double face: fa parte del governo che ha lanciato la crociata contro i fannulloni, nello stesso tempo non dimentica le sue origini e la sua storia – è stato presidente dell’Associazione nazionale magistrati, il sindacato dei giudici, e componente del Csm – quindi parla con linguaggio felpato dei suoi colleghi.

Senatore Caliendo, ha letto i dati pubblicati ieri dal Giornale?
«Sono sbalorditivi».

Ci sarebbero uffici in cui si lavora pochissimo.
«Francamente quei dati non mi convincono. Ci sono moltissime città in cui, come minimo, ogni collegio (perché il giudice non è mai da solo) tiene un’udienza alla settimana. Questo vorrebbe dire che ci sono sedi in cui in pratica si tiene un’udienza ogni due o tre mesi. Altrimenti non si potrebbe arrivare alla media di un’udienza al mese. E questo mi pare lontano dalla realtà. Secondo i miei uffici, la media in corte d’appello è di 5-6 udienze al mese per collegio».

Sarà, ma i ritardi della giustizia italiana si calcolano in anni. È una situazione sostenibile?
«No. Abbiamo accumulato un ritardo di trent’anni».

Rispetto a chi?
«Per esempio alla Francia».

Alla Francia?
«Guardi, io non voglio girare la testa da un’altra parte e non voglio sminuire la gravità dei problemi sul tappeto: i dati diffusi dal Giornale verranno verificati fino in fondo, e se dovessero corrispondere alla realtà, verranno presi adeguati provvedimenti. Senza fare sconti a nessuno. Detto questo, in Francia si è capito già trent’anni fa che il sistema andava cambiato».

Anche qua tutti parlano di cambiamento. Il punto è che quando si va sul concreto tutti diventano contrari.
«Il passaggio chiave è quello delle circoscrizioni».

Perché?
«Perché studi accurati hanno dimostrato che i tribunali non devono essere né troppo piccoli né troppo grandi».

In Italia, invece, abbondano gli uni e gli altri.
«Appunto. Invece dobbiamo sforzarci di sviluppare i tribunali di medie dimensioni, con un organico compreso fra i 40 e i 60-65 giudici».

Quali sarebbero i risultati della riforma?
«Sarebbero importantissimi. In Francia la situazione è migliorata enormemente: oggi a Parigi ci sono sei tribunali che funzionano molto bene».

Sarà possibile cambiare il nostro sistema?
«Ci sono resistenze campanilistiche fortissime. Ma la strada è segnata: nel piccolo tribunale tutti devono fare tutto e lo fanno necessariamente male».

Nel grande?
«Nel grande è facile che si formino sacche di inefficienza, di improduttività, di cattiva gestione. Quando si è in tanti i controlli diventano difficilissimi e chi vuole lavorare di meno, riesce a farlo».

Siamo ai giudici fannulloni?
«Ci sono, lo so. Ma sono una piccola minoranza. Io solo a Milano conosco almeno cento giudici che lavorano anche al sabato e alla domenica».

Quelli che non lavorano?
«Per colpirli c’è sempre l’azione disciplinare. All’inizio dell’estate, Angelino Alfano aveva già dato inizio a sedici procedimenti disciplinari per errori, carenze e inefficenze. Naturalmente, occorre distinguere le situazioni. Se un giudice ha 2000 sentenze civili sul ruolo, non è possibile attendersi miracoli. Ritardi nel depositi delle sentenze saranno ineliminabili».

Come rimediare ai guasti della giustizia che non funziona?
«Bisogna snellire i tribunali, mettere tutti in condizione di lavorare al meglio, punire chi sbaglia».

Favorevole o contrario ai tornelli?
«Contrario, per i magistrati».

Come mai?
«Perché non servono per misurare la produttività e la laboriosità dei magistrati».

E come la si misura?
Ci sono altri modi. Se io ho 900 cause civili sul ruolo e rinvio una certa causa al 2012, allora vuol dire che svolgo i miei compiti male. O che non lavoro affatto».