Il tribuno Di Pietro la spunta sui radicali

Ancora una volta il centrosinistra ha bisogno dei voti dell’ex pm. Con gli elettori "giustizialisti" il listone punta a sfiorare il 35%

Roma - Non si può propriamente definire una «costola della sinistra», Antonio Di Pietro. Essendone tutt’al più stato, a detta di molti, piuttosto una «longa manus». Semplice casualità, sicuro, visto che chi lo conobbe ai tempi d’oro della Procura di Milano ne ricorda l’ansia incontenibile di «sbatterne dentro» a più non posso, e «sfasciare» amici e nemici senza distinzioni di razza (politica, beninteso). Perché furono salvati da Tangentopoli i postcomunisti del Pds da allora è rimasto uno dei misteri di Fatima. «Solo perché non c’erano le prove», ha sempre sostenuto l’ex Pm capace di far confessare pure i sassi. Di fatto i tronconi di inchiesta sul Pci-Pds finivano regolarmente all’unica donna del Pool, Titti Parenti, e quindi in archivio. Compreso quello più clamoroso, che seguì tracce di una cospicua «dazione di danaro» (tangenti Eni) fino all’interno di Botteghe Oscure, ma le perse proprio davanti alla porta del segretario del partito, Occhetto, o del capo dei deputati, D’Alema. Si sospettò degli uscieri.

Non è perciò colpa di Di Pietro se l’ala giustizialista del Pds corresse a tirare monetine a Craxi e petali di rose a lui, l’«ammazzasocialisti». Sindrome «bipolare» accresciuta dalla semplicità della base postcomunista, e solo fino a un certo punto dalla dirigenza pidiessina, che di Tonino manteneva poca stima e sacro timore. Lo stesso valeva per Romano Prodi, che lo imbarcò subito nel suo primo governo, ai Lavori pubblici (si dimise dopo aver ricevuto un avviso di garanzia). Che sia stato per paura, gratitudine o calcolo politico, finì che proprio D’Alema s’inventasse di lì a poco il «Di Pietro senatore», e dunque il «politico». Operazione non troppo complicata, in verità, perché il rude Molisano venne paracadutato alla prima occasione (una suppletiva del novembre ’97) nel collegio più trinariciuto, il Mugello. Lì i comunisti aspettavano ancora Baffone Stalin, avrebbero votato per un cavallo, furono entusiasti di preferire Di Pietro a Giuliano Ferrara. Tonino ringraziò e incassò.

Da molisano capace di arrampicate, pezzo dopo pezzo Di Pietro costruì il suo partito dei Valori dimostrandosi capace di tenere a bada un’orda di squali, squaletti e quaquaraquà. Il suo «Valore aggiunto» alle coalizioni di Prodi consistendo nel potergli montare contro il «partito dei giudici». Una specie di «diritto di veto» da tribuno della plebe che gli è valso il lasciapassare per molte stagioni, e presumibilmente anche per quest’ultima. Il Pd ritiene «incompatibili» con i propri principi l’esistenza di Socialisti e Radicali, ma non quella dei dipietristi. Con Tonino nelle liste, il Pd farebbe il pieno dei voti giustizialisti, arrivando a sfiorare il 35, dicono nel Loft post-postcomunista e post-postdc. Forse non sarà del tutto vero, ma sempre meglio avere un molisano in casa che all’uscio. Magari provvisto di mandato di cattura (politica, beninteso).