Trichet contro il Patto: «Agli Stati che sgarrano sanzioni automatiche»

Il «rigorista» Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, ufficializza il suo dissenso e non sottoscrive per intero il nuovo Patto di stabilità e crescita varato lunedì scorso in bozza dai 27 ministri finanziari dell’Unione, e sul quale la prossima settimana dovranno esprimersi i capi di stato e di governo a Bruxelles. Trichet ha preteso una nota nella quale si dichiara contrario a un punto del trattato: là dove questo non prevede le sanzioni automatiche per i Paesi inadempienti, elemento che più volte Trichet aveva espressamente chiesto d’inserire. Secondo il testo approvato, le sanzioni restano invece sottoposte al controllo degli Stati membri.
Il compromesso tra Germania e Francia, che ha riscosso il consenso generale, ha infatti «ammorbidito» l’automatismo concedendo un periodo di tempo di sei mesi ai Paesi con debito eccessivo prima di far scattare le sanzioni e lasciando intatte le prerogative del Consiglio europeo. Trichet ha fatto inserire una postilla nel rapporto finale del comitato ristretto presieduto dal presidente dell’Ue Herman Van Rompuy - che ha valore di bozza - in cui si precisa appunto che «il presidente della Bce non sottoscrive tutti gli elementi di questo rapporto».
Il testo verrà sottoposto al vertice Ue dei capi di Stato e di governo il 28 e 29 ottobre a Bruxelles; secondo la bozza, le sanzioni scattano solo dopo 6 mesi, previo invio di un avvertimento («early warning»). Gli Stati membri, però, avranno l’ultima parola perchè potranno opporsi alla decisione proposta dalla Commissione Ue, con una maggioranza qualificata.
Il Patto di stabilità e di crescita rappresenta il codice di condotta sulla disciplina di bilancio che sono chiamati a rispettare i Paesi dell’Unione. La crisi in Grecia, nei mesi scorsi, e le tensioni di mercato che si innescarono nei Paesi dell’area euro che avevano i conti più fuori scala, resero evidente a tutti la necessità di una revisione. La bozza prevede un Patto inasprito, ma non tanto quanto proponeva la Commissione. La valutazione se infliggere sanzioni viene presa valutando il debito in base a numerosi fattori, tra cui il debito privato, come chiedeva l’Italia (tenuto conto che nella penisola le famiglie sono meno indebitate rispetto ad altri Paesi). Inoltre l’ultima parola sulle multe resta ai governi, che sebbene con una maggioranza qualificata avrebbero, secondo quanto emerso da indiscrezioni, un potere di veto. Diversi osservatori hanno avanzato critiche a queste limature, il Wall Street Journal ha parlato di una versione «annacquata» del Patto. Berlino ha difeso il compromesso raggiunto, avvertendo che l’alternativa sarebbe stato uno stallo.