Trichet: «Sui tassi abbiamo ragione noi»

da Milano

Il mai troppo amato Nicholas Sarkozy era ieri a Londra, dove d’accordo con il premier britannico, Gordon Brown, ha chiesto agli americani «di far qualcosa per il loro dollaro». Questione di priorità. Quelle di Jean-Claude Trichet, è noto, sono altre. Anzi, una sola, la solita: la stabilità dei prezzi. Mai stanco di ripetere il proprio mantra, il presidente della Bce è tornato così a difendere davanti all’Europarlamento le linee-guida della politica monetaria, ha messo il silenziatore alle attese di un taglio dei tassi - fermi da nove mesi al 4% - e si è mostrato pessimista sulla possibilità che la parabola della crisi finanziaria abbia già intrapreso la fase discendente.
Il mandato assegnatoci è chiaro, ha ribadito il banchiere francese: mantenere l’inflazione «prossima al 2% nel medio termine», ovvero in un periodo di 18-24 mesi. L’obiettivo è ancora lontano, con l’inflazione salita in febbraio al 3,3%, e rischia di allontanarsi a causa di spinte verso l’alto derivanti dagli alti costi dell’energia, dai rincari dei generi alimentari, dalla scarsa concorrenza in alcuni settori e, in particolare, dalle buste paga. Gli aumenti salariali sono da qualche tempo la magnifica ossessione di Trichet, secondo il quale ogni possibile forma di indicizzazione retributiva costituisce il germe in grado di riproporre scenari anni ’70. Una storia che non deve ripetersi: «In tempi di choc esterni - ha spiegato il numero uno dell’Eurotower - l’indicizzazione dei salari crea una spirale inflazionistica che fa aumentare la disoccupazione. Basta guardare cosa è successo la prima volta nel ’73-74, la seconda negli anni ’80». Gli aumenti di salario, al contrario, devono essere agganciati alla produttività, in modo «da non causare aumenti del costo unitario del lavoro».
«Quanto stiamo facendo noi», ha quindi precisato Trichet riferendosi agli indirizzi di politica monetaria, «corrisponde a quanto necessario. Se avessimo ridotto i tassi senza un’adeguata giustificazione nell’ambito della lotta all’inflazione, avremmo chiesto ai cittadini europei di pagare al posto delle banche» i costi della crisi finanziaria. Una crisi destinata a proseguire, perché «il peggio non è ancora passato», con le grandi banche europee sottoposte a «pressioni» sul fronte dei ricavi e chiamate a sostenere un aumento dei costi di finanziamento, ma comunque rese forti da «una solida posizione finanziaria». Durante l’audizione a Bruxelles, un europarlamentare non ha comunque perso l’occasione per rimarcare il diverso approccio della Federal Reserve, che ha ripetutamente tagliato i tassi per sostenere la crescita economica, rispetto alla Bce. La Fed «opera in un ambito diverso - è stata la risposta di Trichet - . I nostri risparmi finanziano i nostri investimenti, e c’è equilibrio anche nei conti esterni. Tutto questo non avviene negli Stati Uniti».
Quanto ai rapporti di cambio euro-dollaro, determinati anche dalle politiche monetarie, Trichet si è limitato a sottolineare come sia «indesiderata» l’eccessiva volatilità. Ieri l’euro si è riportato fino a quota 1,5846.
Rispetto alle differenze con gli States, il presidente dell’istituto di Francoforte non teme uno scivolamento nella recessione da parte di Eurolandia: grazie «a fondamentali che restano solidi», l’espansione proseguirà. Il commissario Ue Joaquin Almunia, invece, non nega che l’eurozona stia cominciando a «sentire i morsi» delle turbolenze dei mercati finanziari.