TRIENNALE Maldonado: «Io, Buenos Aires e 50 anni di astrazioni»

C’è qualcosa di rarefatto - di poetico - nell’astrattismo, qualcosa di simile all’aria fredda delle capitali australi, come Buenos Aires. Proprio qui, nella città di Borges, dove il cuore segue con delicata facilità i geometrici passionali percorsi di un tango, nel 1922, nacque Tomás Maldonado, che oggi alla Triennale, alle 11.30, inaugurerà la mostra che ripercorre la sua multicolore storia di pittore astratto, designer, filosofo. Origini argentine, dunque, ma dal 1976 Maldonado è intellettuale del tutto italiano, fortemente legato a Milano: «Al contrario di tanti argentini che chiedevano la nazionalità italiana - ci racconta camminando tra i suoi quadri e le foto della mostra che lo ritraggono con Heidegger, Van de Velde e il fondatore della cibernetica Norbert Wiener - io non avevo antenati nel Bel paese a cui riallacciarmi. Ero già stato qui per studio e diporto nel 1948, prima di tornare in America latina dove fondai la rivista Nueva Visión e dove rimasi fino al 1954. Poi si concretizzò la mia presenza come docente alla Scuola di Ulm, l’ideale proseguimento del Bauhaus. Devo questo a Max Bill. Rimasi in Germania 13 anni, partecipando alla ricostruzione industriale di un paese in rovina, collaborando alla Braun e con diverse aziende farmaceutiche. Poi, a esperienza conclusa, divenni italiano». E fu così che Maldonado collaborò con l’Olivetti, insieme a Sottsass, per la creazione di oggetti industriali il cui design è rimasto leggendario, come le celebri macchine da scrivere. Oltre a questo, insegnò in varie università - Bologna, Venezia, Milano - e diresse, negli ultimi anni Settanta, Casabella. Tutto è documentato nelle sale della mostra - con i numeri originali delle riviste, i disegni tecnici - insieme ai primi progetti italiani di corporate identity, come quello per la Rinascente o la Upim. E poi ci sono i libri, spesso per case editrici come Einaudi o Feltrinelli: Avanguardia e razionalità, Cultura democrazia ambiente, Critica della ragione informatica, Reale e virtuale. E il bestseller, del 1970, La speranza progettuale. «Non sono per ideologia contro l’informatica, il virtuale, la tecnica. Solo, semplicemente, voglio farne una critica dall’interno. Fui anche uno dei primi a occuparsi in questo modo di ecologia». Non dimenticando però l’arte. «Sì, ho avuto davvero un’esistenza trasversale. Qui ci sono cinquant’anni di quadri, compreso Sviluppo di 14 temi, che la collezione Cisneros ha prestato sebbene sia diventato molto fragile nel tempo. Sono tutti astratti, ma io l’astratto l’ho sempre chiamato concreto. L’uomo deve essere circondato da cose reali, non da fantasmi. Picasso diceva: Non cerco, trovo. Ecco, io non cerco e non trovo: invento. C’è qualcosa di più concreto di un’invenzione?».