La Triennale si rifà il look in omaggio all’Arte Povera

Incredibile ma vero. Per una volta Milano non si fa battere da Torino ma anzi risponde alla grande su un tema di cui la cultura artistica sotto la Mole è gelosissima: l’Arte Povera. Ieri, alla presenza del suo guru-fondatore Germano Celant, la Triennale ha inaugurato una bellissima mostra che certo non sfigura rispetto a quella che al Castello di Rivoli ha dato il via alla prima composita rassegna nazionale sul movimento che, mezzo secolo fa, ruppe provocatoriamente con i canoni classici della bellezza e della tecnica privilegiando, nella creazione artistica, il concetto che la governa. Un progetto ambizioso dove per una volta, grazie alle capacità organizzative di Celant e di Davide Rampello, l’Italia dell’arte ha fatto come si suol dire «sistema», producendo una retrospettiva articolata negli spazi e nelle istituzioni di sette città italiane. C’era molta attesa per la mostra milanese, dopo che il Castello di Rivoli aveva testè sfoggiato i pezzi storici della sua celebre collezione, messi intelligentemente in relazione con opere e installazioni di artisti concettuali internazionali, degli anni Settanta e contemporanei. E la Triennale non ha deluso sfoggiando una prestigiosa esposizione che riunisce su due piani i grandi protagonisti di quella stagione differenziati per identità e linguaggi, vale a dire Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio. Per l’occasione lo spazio di viale Alemagna apre, anzi spalanca, gli spazi del primo piano affacciati sul parco e trasformati in open space, scelta coraggiosa e premiante nei confronti di opere ambientali come quelle dei poveristi che necessitano ampio respiro sia per ragioni di dimensione, sia di eterogeneità. Speriamo che l’esperienza si ripeta anche in futuro. Rispetto all’esposizione di Rivoli, Triennale presenta una mostra divisa in due parti: la prima, al pianterreno, dedicata alle opere storiche realizzate dal 1967 al 1975 circa e che segnano l’esordio linguistico dei singoli artisti. La seconda, ospitata nei grandi spazi aperti del primo piano del Palazzo, aspira a documentare lo spirito fluido e spettacolare delle imponenti opere realizzate dai singoli artisti dal 1975 al 2011, le quali, poste in dialogo tra loro, si intrecciano a formare un arcipelago di momenti intensi e ancora contrastanti. Si tratta di un’occasione importante per approfondire un momento storico, quello dell’arte concettuale degli anni Settanta, che vide l’Italia esprimere personalità eterogenee e peculiari: una stagione che venne definita «povera» non tanto per i mezzi usati dagli artisti, ma per i materiali assolutamente inediti per un’opera d’arte comunemente intesa: stracci, carta di giornale, metalli, fascine e quant’altro. Personaggi come Jannis Kounellis, che nel 1969 portò in una galleria d’arte di Roma 12 cavalli vivi come simbolo di energia primaria. O Giovanni Anselmo, che realizzava opere composte da materiali organici e inorganici come pietra, terra, metallo, acqua o cotone, come simulacri del rapporto tra energia e gravità, finito e infinito. O Gilberto Zorio che cercò di rappresentare il concetto di materiale e immateriale attraverso gli «attrezzi per purificare le parole», le stelle, le canoe o le «macchine irradianti». In mostra, simulacri di entusiasmi veri o presunti, complici senz’altro le illusorie ideologie della «guerriglia» nell’epoca del boom, ma anche l’anelito ad una teatralizzazione figlia dei finti palcoscenici di Jerzy Grotowsky. Un’idea di teatralizzazione della vita da cui, per la prima volta, prese forma l’«installazione ambientale» come opera d’arte radicale dove la «Povertà» voleva essere soprattutto sinonimo di essenzialità, rigore, condivisione e rifiuto delle gerarchie.