Trifirò dribbla tra i paradossi di Beckett

C’è un Beckett ancora poco noto al grande pubblico che merita di essere conosciuto a fondo. E’ l’autore dei tre romanzi – Molloy, Malone muore e L’innominabile – scritti nella seconda metà degli anni Quaranta, poco prima di dedicarsi alla stesura di Aspettando Godot. Da questi testi, in cui i cardini della poetica beckettiana sono presenti allo stadio germinale, Roberto Trifirò ha estratto la drammaturgia di «Parole che cadono dalla bocca», il suo monologo in scena al Franco Parenti fino a domenica. In una cornice che potrebbe appartenere a un teatrino dei pupi, ma rivisto in luce postmoderna, è incastonato il classico protagonista di ogni dramma di Beckett: un guitto dall’età indefinita, spiantato e macilento, che vaga smemorato e senza meta. Qualche brandello di ricordo e un’idea confusa ma insistente della sua destinazione lo spingono a intraprendere un viaggio verso la casa della madre. Lungo la strada si imbatte in due figure femminili – una reale, l’altra evocata dalla memoria – caratterizzate da una comune ambiguità sessuale. Gli incontri servono a lasciarsi andare a divagazioni in cui problemi intestinali, escamotage matematici e spiazzanti quesiti teologici – «Cosa faceva Dio prima della creazione?» – si avvicendano senza soluzione di continuità. La trama, se così vogliamo chiamarla, offre pochi altri sviluppi: «Parole che cadono dalla bocca» procede inanellando situazioni paradossali, accumulando scene tra lo spassoso e l’allucinato che suscitano una conturbante ilarità. Trifirò è bravissimo nel conferire al tipico personaggio beckettiano sfumature inedite che lo rendono anche un po’ pirandelliano. E se qua e là nello spettacolo ci sembra di sentire persino l’eco del grande Eduardo, non è solo per l’inflessione meridionale, o per la recitazione che sfiora il virtuosismo, ma soprattutto per l’argomentare pur sempre lucido nella sua capziosità, per il fatalismo dolce almeno quanto inesorabile, per la capacità di far scaturire il lirismo dal nonsenso.