Una «Trilogia» di equivoci e note lente nello strano Goldoni di Lello Arena

Che Goldoni fosse un personaggio decisamente «avanti», questo l'ho sempre sostenuto. Ma che, addirittura, lo si rappresentasse nel pieno del boom degli anni '60, non me lo sarei davvero mai aspettato. A metterlo in scena al Teatro della Corte, in questa insolita veste, è la compagnia del Teatro Stabile del Veneto e del Teatro Stabile di Catania, con la partecipazione di Lello Arena e la regia di Luca De Fusco, in un'azzardata e particolarissima versione de «La trilogia della villeggiatura».
Non c'è che dire, De Fusco mette in chiaro le cose fin dall'inizio, quando il sipario si apre e la sala viene invasa dalle melense note di «Ritornerai» di Bruno Lauzi, quasi a volerci far capire fin da subito che sarà così, punto e basta. La scenografia è scarna, un tendone bianco calato sul palco che si alza a destra o a sinistra, a seconda di dove si svolge la scena, se a casa dello spavaldo Leonardo (egregiamente interpretato da Max Malatesta) o nella dimora di Filippo (un Lello Arena forse troppo volutamente accantonato).
Idea vecchia, ma sempre funzionale. Si dà così il via a le Smanie, la prima delle tre commedie riassunte nella Trilogia, dove - tra un equivoco e l'altro - si freme per la partenza per il mare. Il ritmo è buono, il testo è fedele, l'idea è carina, il cast di attori è ineccepibile (Gaia Aprea, perfetta nel ruolo di quella giovane Giacinta dai toni cechoviani, si impone fin da subito con la sua bravura) ed il pubblico sembra gradire. Unica pecca: i costumi. Sinceramente si faceva parecchio fatica a collocarli in un qualsiasi periodo storico. Ma va bene così.
La rivoluzione vera e propria inizia, invece, dopo l'intervallo, quando De Fusco mette in scena le Avventure, il secondo capitolo della Trilogia. Improvvisamente, come un fulmine al ciel sereno, si viene tutti catapultati in un surreale mondo anni '60, la scenografia - cupa in uno strano fondale grigio raffigurante una specie di mare - si sposta in villeggiatura, e via, ecco spuntare dal nulla occhiali da sole, scarpe da tennis, bikini, jukebox, mambo sfrenati, balli guancia a guancia sotto le musiche struggenti di Paoli e Tenco, completini a pois, e foulard alla Audrey Hepburn.
Insomma, pare di stare in uno di quei film tipo «Sapore di mare», dove da, un momento all'altro, potrebbero tranquillamente salire sul palco Gerry Calà e Massimo Ciavarro. Solo che si continua impeccabilmente a parlare in italiano del settecento, dando del «voi» anche alla propria sorella. Contrasto decisamente «buffo». Il ritmo però, forse per esigenze di testo, cala decisamente e le Avventure scivolano via lente, come le ore. Lentissime. E si arriva alla fine del secondo capitolo con Gaia Aprea, lasciata sola sul palco, che dà vita ad un claudicante monologo rivolto al pubblico, nel quale dice che, signore e signori, le Avventure finiscono lì, senza un finale, per scelte registiche.
Vabbè… e via così all'ultima parte, il «Ritorno», dove gli attori si presentano inspiegabilmente vestiti da gangster anni 30, in Borsalino e impermeabile nero. Chissà perché. Ma intanto ormai è quasi mezzanotte, qualcuno tra il pubblico getta la spugna, gli altri rimangono lì, a gustarsi anche il finale. Il ritmo è sempre lento, ma non male l'adattamento. Forse la musica del piano è un filino straziante, ma gli applausi ci sono alla grande.
Ottimo il cast, l'ho già detto. Bene Lello Arena, lasciato un po' in disparte dal regista, ma che, quando le cose vanno maluccio, è l'unico in grado di strappare una risata col miglior mestiere dei grandi comici. Peccato per la scelta cantautorale della colonna sonora. Goldoni era avanti.
Talmente avanti che sarebbe stato sicuramente un fan dei Beatles.