Il trionfo di Barenboim direttore a piedi scalzi

Ermolli: nel 2008 tocca a Verdi. Dagli orchestrali una lettera a Napolitano

Alla fine il più originale è stato Daniel Barenboim e certo non per protesta. Fedele a se stesso, si è offerto al pubblico in mezzo frac e camicia nera alla coreana. Ma soprattutto ha diretto a piedi scalzi: le scarpe di vernice probabilmente gli davano noia, così il se le è tolte e le ha usate solo quando doveva uscire dal «golfo mistico» - nelle pause - per andare a riposarsi in camerino. Niente spartito, note tutte a memoria, ha diretto un'orchestra senza cenni di ammutinamento, che è salita sul palco a raccogliere con lui quindici minuti di applausi. «Hanno suonato meravigliosamente bene, sembrava che eseguissero Tristan da una vita e invece per molti era la prima volta...» si è congratulato il maestro, dall'alto delle cinquanta e più volte in cui l'ha diretta a Bayreuth. «Ho conquistato Milano? Non ho ambizioni imperialiste...».
I ribelli in cerca di un contratto migliore avevano minacciato di scendere in buca con il braccio listato a lutto, ma ci hanno pensato i morti veri di Torino e la bandiera a mezz'asta che sventolava sulla Scala a dimostrare quanto fosse un gesto fuori tempo. Prima della Prima un minuto di silenzio c'è stato, ma per ricordare le vittime sul lavoro. Poi anche un comunicato letto in sala ma nessun cenno alle lamentele sul contratto. «Sono state settimane difficili ma il teatro non è un'azienda ed è normale che con gli artisti le cose non siano sempre facili» abbozza il sovrintendente, Stéphane Lissner.
A tranquillizzare gli animi la presenza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che durante l'intervallo ha incontrato Barenboim e un gruppo di musicisti e artisti del coro. Gli hanno consegnato una lettera brevi manu, gesto irrituale che non lo ha spiazzato. «Vi risponderò» la promessa, prima di infilare in tasca la missiva di richieste sindacali firmate Cgil, Cisl e Uil. Poi ha corteggiato scenografi e macchinisti: «Se non ci foste voi, buonanotte...».
La musica piace a tutti, scatena un diluvio di applausi entusiasti. Napolitano è un fan del maestro e della sua Divan Orchestra, negli ultimi mesi si sono incontrati già due volte a pranzo per parlare di musica e di Scala. Nei camerini si congratula ancora con lui e con il regista, Patrice Chéreau, al presidente è piaciuto tutto, dalla musica alla messa in scena. «Ci sono trovate geniali, come il cipresso del secondo atto» annuisce Lissner. C'è chi la butta in politica e paragona l'amore di Tristano e Isotta alla passione tra Berlusconi e Veltroni. Ci scherza su Gianni Letta: «Speriamo che il filtro d'amore non si trasformi in una pozione di morte...».
L'ansia della vigilia si placa di botto nel sollievo dello spettacolo che funziona nonostante sia difficile, rigoroso e astratto ai limiti della sublimazione, così fedele ai tormenti intimistici di Wagner. Serpeggia qualche dubbio sulla scenografia, insinuato dal critico per professione Vittorio Sgarbi. I costumi non sono piaciuti troppo neanche a Giovanni Bazoli, che con Banca Intesa è lo sponsor principale della serata. Fedele Confalonieri non è entusiasta della voce di Tristano. «Mi sembra che l'orchestra la copra un po'... ma per il resto la musica è perfetta» commenta il presidente Mediaset.
Ma è il successo di Barenboim e Chéreau perché, come ripete il maestro, «in lui ho trovato il partner ideale, siamo riusciti a far respirare lo spettacolo insieme, in un polmone unico». L'entusiasmo contagia il vicepresidente, Bruno Ermolli, che guarda al futuro del teatro: «Sono certo che con buona volontà reciproca troveremo una soluzione che consentirà una pace di quattro anni a partire dal 2008, così che la Scala possa sviluppare tutto il suo enorme potenziale e diventare il tempio della lirica mondiale».
La serata è filata via liscia ma tutti sanno che i malumori degli orchestrali non finiscono qui e non annegano nel «brindisi sul retropalcoscenico» a cui sono stati invitati dai vertici della Scala. Ermolli minimizza: «Non c'è stata nessuna polemica. Sono una squadra vincente a livello mondiale». E a chi dice che l'opera è un po' lunga e che forse sarebbe meglio avere un'opera italiana? «Wagner è Wagner. Ma l'anno prossimo ad aprire la stagione sarà il don Carlos di Verdi...».