Dopo il trionfo, la beffa delle tasse «Quando il Mundial lo vinse il fisco»

I patti erano chiari. Anche scritti, su carta intestata dalla Federazione italiana giuoco calcio: premio di centoottanta (in cifre 180) milioni di lire in caso di vittoria. Così fu, nel senso della vittoria, la nazionale azzurra di calcio, guidata da Enzo Bearzot, portò a casa il titolo a Madrid, anno millenovecentoottantadue, ma i campioni trovarono la sorpresa: invece della ritenuta fiscale secca del venti per cento, come da accordi scritti, si videro recapitare dall’agenzia delle entrate una multa pari alla stessa cifra, da versare in tre rate annuali.
Finita la festa, rientrati in Patria a bordo dell’aereo presidenziale con Pertini mazziere della celebre partita a scopa, gli azzurri scoprirono che la lettera era carta straccia, i “sindacalisti” guidati da Zoff e Tardelli, gli stessi che avevano pattuito il premio con il presidente federale Federico Sordillo, cercarono di capire, scesero in campo commercialisti, avvocati, studi professionali, il montepremi era sostanzioso, la beffa clamorosa, gli italiani divisi in due, da una parte i tifosi grati di quel trionfo spagnolo, urlanti contro lo Stato sanguisuga, dall’altra i duri e puri che chiedevano il conto ai «divi» del pallone. «Dovetti interrompere le vacanze insieme con Zoff» ricorda Tardelli, «un carabiniere ci portò la convocazione a Milano, i giudici volevano interrogarci. Sapete per che cosa? Per esportazione di valuta straniera, in nero, sull’aereo del capo dello Stato!». Era il premio, un pugno di dollari, di uno degli sponsor, i giudici avevano già voglia di pubblicità e il calcio era un buon trampolino già allora. «Pagai la multa all’erario - ancora Tardelli - ma presentai ricorso, ci fu una specie di rimborso, un indennizzo che non coprì la cifra complessiva. La vicenda si trascinò per due anni. Comunque gli atleti alle Olimpiadi non possono vedere tassati i premi per le loro vittorie, fanno sacrifici per quattro anni, rappresentano l’Italia, lo fanno con gioia e con entusiasmo. Non credo sia opportuno portare paragoni con i calciatori, questi fanno parte di un mercato diverso, lo spettacolo del football ha regole e sistemi differenti, ma chi va alle Olimpiadi non può essere “punito” dopo essere stato premiato». Fulvio Collovati pagò la prima rata della multa: «Sessanta milioni, poi presentai ricorso. C’era parecchia confusione, chi doveva rispondere agli uffici erariali di Milano, chi di Monza, chi di Torino, di Como, di Roma, con risposte ovviamente diverse. Dopo cinque anni ottenni un risarcimento parziale».
Pietro Vierchowod fu il solo a pagare: «Per colpa del mio commercialista di allora. Mi consigliò di pagare e di finirla lì subito. Versai 90 milioni, non presentai ricorso. Così facendo ammisi la colpa. Poi, abbandonato il commercialista, decisi di intraprendere un’azione legale, presentando quel documento della Federcalcio. Dopo tredici anni mi hanno dato ragione ma la causa è andata smarrita prima della Cassazione. I premi delle Olimpiadi? Assurdo tassarli, gli atleti fanno il bene dello sport italiano, sopportano sacrifici per quattro anni, attendono questo appuntamento, conquistano la medaglia, ricevono il premio e poi scoprono che devono restituirne una parte allo Stato».
Claudio Gentile conosce perfettamente l’argomento. Ha vinto il mondiale da calciatore, è andato a medaglia olimpica con la Under 21 (non accadeva dai tempi di Vittorio Pozzo, qualcuno dovrebbe ricordarlo a Guido Rossi e Demetrio Albertini). Ha il diritto di parlarne: «Innanzitutto non ho preso il premio dei Giochi di Atene perché Carraro, presidente federale al tempo, mi disse che avrebbe unito premio e rinnovo del contratto. Come è andata a finire lo sapete tutti. Nel 1982, invece, fui il solo a rifiutarmi di versare una sola lira». Da buon marcatore decise di non mollare la presa del Fisco: «D’accordo con il mio avvocato e con il commercialista decidemmo di andare fino in fondo, sicuri che avremmo vinto, opponendoci a quello che chiedeva l’Erario. E così è stato, dopo diciassette anni, con tanto di articolo apparso su Il Sole 24 ore. Fu la mia vittoria, solitaria, a differenza dei miei compagni che scelsero altre strade, anche rischiose. La mia opinione? Chi vince un titolo olimpico, chi va a medaglia non può ritrovarsi poi punito dallo stesso sistema che ha voluto premiarlo. Che significato ha? Soprattutto per quelle discipline che non vivono lo stesso clamore del calcio, soprattutto per chi affronta spese, ha un lavoro, sogna l’appuntamento olimpico, festeggia, scopre di essere amato dalla gente e dai politici e, finita la festa, viene chiamato alla cassa».