Il trionfo dell’immobilismo

Lunedì scorso, l'Italia è arrivata zoppicando a ottenere una vittoria al rallentatore sull'Australia e contemporaneamente ha fatto decisamente un autogol sulle riforme politiche. Giorgio Napolitano, il presidente ex comunista della Repubblica italiana, ha dichiarato che questo è stato un grande giorno sia per il calcio italiano sia per la democrazia italiana. Non ho la minima idea se ciò comporti o meno delle buone prospettive sull'esito del campionato mondiale, ma non c'è alcun dubbio che il rifiuto degli elettori italiani di modernizzare il loro scricchiolante sistema politico lasci quello che è il Paese più conservatore e instabile, bloccato dalla screditata politica dell'immobilismo.
In ballo c'era una radicale modifica della Costituzione del 1948, programmata dalla coalizione di centrodestra di Silvio Berlusconi senza aver consultato la sinistra, e votata dal Parlamento durante gli ultimi mesi del suo mandato. Denunciata dal governo Prodi come un «insulto» antidemocratico - ipocritamente, visto che nel 2001 il centrosinistra aveva riscritto le proprie modifiche alla Costituzione su basi altrettanto di parte - questa riforma doveva essere sottoposta a referendum, non avendo ottenuto in Parlamento la maggioranza dei due terzi.
Agli elettori è stato richiesto di approvare le modifiche da apportare ad oltre 50 dei 139 articoli della Costituzione. Non si trattava certo di qualche lieve cambiamento. Sembrava piuttosto il lancio di un grosso macigno nelle acque ferme di un piccolo stagno, il cui scopo era quello di modificare non solo gli equilibri di potere costituzionali, ma anche l'intera cultura politica italiana.
Una cultura che è profondamente radicata nello scomodo ricordo del fascismo e in una ancor più radicata sfiducia nel potere. La Costituzione del 1948 pone tali e tanti vincoli all'esercizio del potere politico da rendere quasi senza senso il concetto di «mandato a governare».
In Italia il presidente del Consiglio non è un vero primo ministro. Vincere un'elezione non comporta l'attribuzione automatica dell'incarico, che peraltro non è nemmeno un mandato vero e proprio, in quanto egli non può fissare le politiche del governo, ma solo coordinarne l'operato. Non può nemmeno scegliere il proprio gabinetto senza far riferimento al presidente della Repubblica, né tantomeno licenziare dei ministri ribelli o incompetenti. Può solo rassegnare le dimissioni dell'intero governo, sperando che il presidente gli chieda di formarne uno nuovo con altri ministri. Non può neppure sciogliere il Parlamento, in quanto questa è una prerogativa che spetta esclusivamente al presidente della Repubblica.
Non importa quanto forte sia la maggioranza - e in Italia, che ha sopportato ben 61 cambi di coalizioni governative dalla fine della guerra, le maggioranze forti sono rare - perché non esistono garanzie che un governo riesca a portare a termine il proprio programma. Il «bicameralismo perfetto» italiano attribuisce uguali poteri al Senato e alla Camera dei deputati, con il risultato che le leggi rimbalzano avanti e indietro tra le due Camere per mesi, se non per anni. A peggiorare le cose, una riforma pasticciata del centrosinistra del 2001 ha attribuito maggiori poteri alle 20 regioni italiane senza chiarire di chi siano le competenze e le responsabilità, se delle regioni o del governo centrale, che poi paga i conti, e senza dare al governo centrale il potere di bloccare le leggi regionali nell'interesse del Paese.
Verifiche e bilanci portati all'estremo riflettevano, nel 1948, la determinazione che nessun leader politico potesse abusare del potere, così come aveva fatto Mussolini. Ma hanno reso l'Italia quasi ingovernabile. In sostanza, la riforma di Berlusconi avrebbe conferito al primo ministro italiano dei poteri simili a quelli che esistono in Gran Bretagna, avrebbe trasformato il Senato in una istituzione regionale simile al Bundesrat tedesco, e avrebbe chiarito i rapporti tra governo centrale e regioni. In un modo non esattamente draconiano, sei elettori su dieci hanno mostrato il pollice verso.
Perché è successo questo? Nessuno spende una buona parola sul modo in cui l'Italia è governata, o meglio non governata. Ognuno, dal bimbo al pensionato, dal negoziante al magnate, paga il prezzo della quasi impossibilità di approvare o abrogare le leggi, a causa della continua lotta tra governo centrale e regioni affamate di potere, ma anche a causa della bizantina complessità di un sistema che sembra concepito per mantenere i governi deboli e instabili. Tutti pagano, dice la gente, salvo i politici, ampiamente remunerati, che stanno al vertice di una piramide clientelare così vasta da costare quanto gli stipendi di 450.000 italiani messi assieme. L'unico punto della riforma di Berlusconi ad aver ottenuto un consenso universale è stato l'impegno a tagliare l'esorbitante conto del costo dei politici riducendo il numero dei deputati alla Camera da 630 a 518, e togliendo 53 dei 315 seggi al Senato.
Questo referendum richiedeva moltissime cose con un unico voto, o per il sì o per il no, ed era del tutto improbabile che la gran parte della gente si addentrasse nei dettagli. I media italiani non sono molto d'aiuto in tempi come questi; vi si possono trovare commenti fino alla nausea, ma sarebbe vano cercare in essi dei resoconti neutrali sui punti chiave. Tuttavia la gente ha capito quanto alta fosse la posta in gioco. Lo scorso fine settimana faceva un caldo infernale, c'era la Coppa del Mondo, ed era la terza volta che si andava a votare nel giro di 11 settimane. Tuttavia, il 54 per cento degli elettori è andato ugualmente ai seggi.
Ha contribuito la paura. Paura nelle regioni più povere, di rimetterci con la devolution (che già hanno); paura di fare da puntello al programma secessionistico della velenosa Lega Nord. Anche l'odio di parte ha fatto la sua: nella «cintura rossa» italiana questa era un'occasione in più per infilzare degli altri spilli sull'effigie di Berlusconi, che forse questa volta avrebbe potuto morire per le ferite di questo rito voodoo. Ha trionfato l'illusione: l'illusione, alimentata dalla sinistra, che gli italiani potevano permettersi di «votare no per una riforma migliore» e mettersi ad aspettare.
Aspetteranno a lungo. Questo è un colpo che tramortisce il centrodestra, che se va in pezzi, scioglierà l'unico collante che tiene insieme la sinistra, cioè la paura di nuove elezioni. Romano Prodi rischia fortemente di diventare prigioniero della sinistra radicale che si sono ferocemente opposti alla riforma. Tre commissioni costituzionali bipartisan, una negli anni '80 e due negli anni '90, sono già cadute e la maggior parte dei politici, in fondo, non vuole questa riforma. I tacchini sono riusciti una sola volta ad andare a votare di Natale, dice un detto, ma è molto improbabile che questo miracolo si ripeta.
*The Times, London