Il trionfo di Jackson, il capo tribù che ha domato anche Kobe

OrlandoQuando Barry Bonds, personaggio fortemente sospettato di doping, superò nel baseball il record di fuoricampo di Hank Aaron, due anni fa, quest'ultimo con molta signorilità si congratulò con lui, in un messaggio registrato diffuso immediatamente allo stadio di San Francisco. Difficile pensare che Red Auerbach, se fosse stato ancora al mondo, avrebbe fatto lo stesso nei confronti di Phil Jackson, ovvero del coach che vincendo domenica il suo decimo titolo Nba ha superato il creatore della dinastia dei Celtics anni Cinquanta e Sessanta. Anche perché Auerbach aveva espresso il suo pensiero poco prima della morte, avvenuta nell'ottobre del 2006: «Jackson è certamente un grande allenatore, ma è anche uno che sa scegliersi bene le squadre. Ha già la scusa pronta: se non vince, è perché è una stagione di ricostruzione».
Scegliersi bene le squadre, ovvero uno che va solo dove ci siano già le condizioni per vincere. Nei Bulls di Michael Jordan dopo gli anni di crescita sotto Doug Collins, nel Lakers di Kobe Bryant e Shaquille O'Neal dopo l'apprendistato della coppia agli ordini di Del Harris, che nel 1999 era stato sostituito poi da Bill Bertka e Kurt Rambis. Sembra comoda, vista così: il peso della maturazione di una squadra o dei suoi giocatori principali viene lasciato ad altri, poi arriva Jackson e riparte con il serbatoio pieno, arrivando a destinazione. E questa diatriba Auerbach contro Jackson, condotta perlopiù dagli ammiratori dei due coach, ha anche il paradosso di apparire come un contrasto tra tradizione e innovazione nonostante Jackson vada per i 64 anni e abbia fatto fare la figura del ragazzino al suo avversario della finale (finita 4-1 Lakers), Stan Van Gundy, di Orlando, che di anni ne ha 49.
Ma innovatore Jackson lo è stato davvero, anche per via di un percorso personale particolare: figlio di un predicatore e di una predicatrice del remoto North Dakota, crebbe in un ambiente molto rigido e probabilmente la sua successiva curiosità verso la cultura alternativa, sul finire dei rischiosi anni ’60, fu dovuta alla reazione alla rigidità dell'ambito da cui proveniva. Campione Nba da giocatore (modesto) con i New York Knicks del 1973 allenati da Red Holzman (spesso in contrasto con Auerbach, e questo può spiegare qualcosa), allenò nella lega minore Cba (vincendo il titolo) e a Porto Rico prima di ricevere il primo incarico Nba dai Bulls, nel 1987, come assistente allenatore: tanto per dimostrare il proprio spirito libero, si era presentato al colloquio con Jerry Krause, il general manager, indossando un cappello di paglia ed una salopette. Ma dal 1989, quando divenne capo allenatore, trasformò i Bulls con la sua miscela di spiritualità (insegnamenti zen, pratiche degli indiani d'America su cui ha scritto pure un libro), a volte derisa dai suoi nemici, e tattica, ovvero il cosiddetto attacco triangolo di cui era maestro il suo assistente Tex Winter, e che richiede giocatori intelligenti e versatili. Oltre che poco egoisti: il che rende l'impresa di Jackson di vincere dieci titoli ancora più impressionante se si pensa che ha avuto a sua disposizione Jordan e Bryant, non proprio, a prima vista, il ritratto dell'altruismo.
Jordan, sempre molto scettico su questa filosofia che gli impediva - in teoria... - di scatenarsi nelle sfuriate che gli davano grappoli di punti, ci mise moltissimo a convincersi, ed era sempre ad un passo dall'abiura. Mentre Bryant evidentemente qualche grana deve averla procurata a Jackson, se quest'ultimo, dopo il momentaneo divorzio dai Lakers seguito al disastro della finale 2004, lo definì «inallenabile». Ora, cinque anni dopo, Bryant, miglior giocatore della finale, dice di non riuscire a immaginare di giocare un giorno sotto un altro coach. Qualcosa di buono allora Jackson sa fare, alla faccia dei denigratori.