Il trionfo più dolce: «Altro che farfallone Creo posti di lavoro»

Il manager di Cuneo ha lanciato Schumi e Alonso. Ma il mondo un po’ snob del Circus l’ha sempre guardato dall’alto in basso

Benny Casadei Lucchi

È l’uomo che ha scoperto Michael Schumacher, ma è anche l’uomo che da ieri ha indicato al kaiser delle piste la via che porta dritti alla pensione. Dorata, s’intende, ma pur sempre pensione. Flavio Briatore vuol dire Italia, Piemonte, Cuneo, Juventus, Sardegna, vuol dire Costa Smeralda, Billionaire, yacht e Naomi Campbell e glamour e soldi «e lavoro, possibile che nessuno si ricordi mai che lavoro come un dannato tutto l’anno, che mi concedo solo 15 giorni quando va bene, e che se mi fotografano in barca non vuol dire che passo la vita lì sopra», sintetizza il suo pensiero molto glamour e molto scocciato. «Io creo posti di lavoro, eppure passo per farfallone. Perché in Italia i manager bravi sono quelli che hanno inventato la cassa integrazione... se non sei della casta, non ti è consentito avere successo».
L’uomo che ha scoperto Schumi e che ora gli ha dato una spintarella verso la pensione, ha curato ogni dettaglio. Perché non poteva lasciare ad altri, magari al mal sopportato Ron Dennis e al suo Raikkonen, l’onere e il merito di pensionare l’iper campione. Così ha cercato e assunto colui che avrebbe potuto spingere il 37enne tedesco a nuove riflessioni: Fernando Alonso, l’anti Schumi, l’erede insomma, l’altro fenomeno destinato a soppiantare il crucco onnivoro. «Fernando è come lui, anche se alla sua età Michael non era così freddo e maturo nella condotta di gara», dice Briatore, non senza ragione, del neocampione del mondo.
L’uomo che ha lanciato Schumi e Alonso è anche l’unico italiano a cui la Francia, tutt’altro che nostra cugina, ha affidato il compito di portare al mondiale la Régie, la Renault. In tre anni, Briatore ha saputo convincere tutti i galletti scettici, a tal punto da esporsi in pubblico tanto era sicuro del proprio lavoro. È successo lo scorso febbraio a Montecarlo, durante la presentazione del team 2005. Davanti a tutto il bel mondo monegasco e parigino, ha persino pronunciato una frase leggera leggera come la seguente: «Nel 2001 avevo detto che per il 2005 il nostro team sarebbe stato pronto per lottare per il mondiale. Ebbene, siamo pronti». Da marzo nessuno ha provato a dire bah sull’argomento.
L’uomo che ha scoperto come far pagare un drink cento volte di più con somma gioia di chi paga cento volte di più, si parla del Billionaire, è anche l’uomo che ha trovato il modo di far parlare di sé quando non vince. È come se fiutasse il vento. Esempio: è subito intervenuto nella sua maniera schietta non appena ha compreso che tra il mondiale di Alonso con la Renault in Brasile e quello di Valentino Rossi e la Yamaha in Malesia, l’Italia nazionalpopolare non avrebbe avuto dubbio su quali gesta raccontare, esaltare, santificare. Così, di chi ha parlato? Ma di Valentino, ovviamente. «Basta con l’asilo, è come un bambino... vuole la F1, venga da noi, dai grandi», il senso stretto del pensiero che ha fatto il giro del mondo e molto girare le scatole al dottor Rossi. Uno che non dimentica, però anche uno che di Briatore, nella propria vita, non ne ha mai incontrati. Sul tema, chissà che consigli gli darebbero Giancarlo Fisichella, appiedato dal manager piemontese quando quest’ultimo tornò al vertice dell’allora team Benetton (poi diventato Renault), e successivamente ripreso come un figliol prodigo «perché era molto migliorato negli ultimi anni»? E cosa direbbe Riccardo Patrese che nel 1993 concluse la carriera proprio alla corte del giovane Briatore, accanto a uno Schumi emergente? «Noi corriamo con una macchina sola», sentenziò alla vigilia di un Gp il manager di Cuneo. Ovviamente la macchina su cui non poteva fare affidamento era quella di Patrese.
È forse proprio per questa sua durezza nel gestire i piloti che il geometra della Granda ha ottenuto tanto e mai è stato sovrastato dalla fama di chi correva per lui. È successo con Patrese e Piquet allora e persino con Schumi che di mondiali gliene scodellò due di fila, anno ’94 e ’95. «Michael alla Ferrari evita i media e parla poco? Con me non sarebbe mai successo: “A quella e quell’altra ora voglio che tu incontri la stampa e così deve essere”, gli dissi all’epoca». Duro, schietto, padrone.
L’uomo che ha scoperto e un poco pensionato Michael Schumacher è anche l’uomo che a 55 anni suonati racconta con fierezza dei suoi molti lavori, dall’assicuratore porta a porta a Cuneo e provincia, al broker, alla prima volta in un’azienda, la Benetton, «la svolta della mia vita», ha sempre ammesso con franchezza. «Nell’esistenza di un individuo c’è sempre una persona importante e quella per me fu Luciano Benetton, uno che mentre gli altri guardano alla provincia era già nel mondo. Per me resta un esempio di vita... Quando arrivammo in F1, ci guardarono male perché non eravamo meccanici, eravamo quelli delle magliette colorate, gente fuori dal coro... E quando sono tornato in F1 nel 2000, nessuno, proprio nessuno, avrebbe scommesso una lira su di me e la Renault. Invece guarda un po’ che cos’è successo...».