Il trionfo della ragione. E dello Stato

In Cesare non c’è nulla di mitico, tutto è razionale. La sua dictatura perpetua, già magistratura inconsueta e rivoluzionaria, nella successiva rottura con Pompeo e nel passaggio «illegale» del Rubicone è da considerarsi un vantaggio o una iattura per lo Stato? E come si concilia l’autoritarismo suo e dei suoi successori con il concetto di rivoluzione economico-sociale, oltre che politica, che era stata alla base di tutta l’azione di Cesare? Tuttavia la «rivoluzione» cesariana, e il suo consolidamento a opera di Augusto, fu il frutto di un’alleanza fra borghesia degli affari (gli equites) e proletariato in armi (le legiones), sfociata in un’inevitabile burocratizzazione del potere. Ma il centro motore della personalità di Cesare fu l’«estrema razionalità» del decidere e dell’operare, in pace e in guerra.
La rivoluzione cesariana è la logica maturazione di tutte le precedenti esperienze rivoluzionarie tendenti ad affermare esigenze spesso non soltanto particolari, ma corrispondenti allo Stato nel suo complesso, in contrasto con l’irrazionalità e l’angustia dell’organizzazione sociale e statale tradizionali.
Ma, dal modo nuovo con cui venne impostata la questione della cittadinanza alla modernità della legislazione municipale; dai tentativi di stabilizzazione della piccola proprietà terriera alla deduzione delle colonie; dalle misure edilizie al rinsanguamento degli organi dirigenti dello Stato con le forze migliori delle borghesie e delle aristocrazie municipali; dalla difesa dei diritti delle province alla costituzione di una burocrazia di novi homines: in ognuna di tali questioni, e nelle soluzioni che a esse Cesare diede, si manifesta una superiore razionalità, protesa verso il futuro ma ben salda nei compiti presenti, decisa a rompere i legami dannosi con il passato, ma al tempo stesso a mantenere viva l’essenza della tradizione romana, senza capitolare di fronte a interessi individuali o ad astratti motivi ideologici, e viceversa, in rigorosa coerenza con le esigenze dello Stato sopranazionale, e in accoglimento di tutte le spinte progressiste che in esso si manifestavano, a patto che rinunciassero al loro carattere anarchico o particolarista e si integrassero in un disegno organico, moderno, universalistico.
E Cesare si basò su nuove forze non per un’impostazione populistica, né per adesione alla causa degli oppressi o per moralistica indignazione contro la brutalità degli oppressori, quanto per la constatazione che profondi squilibri nel corpo dello Stato romano ne minacciavano l’esistenza, e che dando maggiore spazio e potenza a quelle forze nuove si potevano superare gli squilibri e creare ulteriori possibilità di sviluppo.