Tripoli cade, il raìs scompare. La bandiera ribelle sul bunker

Il simbolo del potere nel centro di Tripoli, l’'ex residenza bunker del colonnello, è caduto ieri nelle mani degli insorti. Esplosioni e raffiche di mitra continuavano a rimbombare attraverso le cinque mura di difesa concentriche, ma alla fine il vessillo dei ribelli sventolava sulla cittadella fortificata.

I fuoristrada con i lanciarazzi sul retro hanno invaso in un caotico rodeo il prato, una volta curato all’'inglese, di Bab al Azizya. Decine di miliziani dell'’armata Brancaleone ribelle, in parte con uniformi mimetiche, ma altri in abiti borghesi, con le ciabatte ai piedi, inneggiavano alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Nel suo storico bunker, però, non c’era traccia del Colonnello.

Al grido di «Allah è grande» e «Libia libera» i variopinti insorti hanno decapitato la statua dorata del padre-padrone della Libia. Poi mostrato con scherno la testa scultorea di Gheddafi davanti alle telecamere dei giornalisti embedded di Al Jazeera.

La battaglia è iniziata ieri mattina con diverse colonne composte da 2-300 ribelli che avanzavano da più direzioni verso i sei chilometri quadrati di Bab al Azizya. All’'inizio la resistenza è stata tenace. Gli ultimi fedelissimi di Gheddafi usavano i mortai per respingere gli attaccanti. Tutt’'attorno, sui palazzi più alti, i cecchini bersagliavano le colonne degli insorti all'’assalto del simbolo più importante del regime. I caccia bombardieri della Nato avevano già colpito ripetutamente Bab al Azizya. Nonostante le smentite ufficiali, una fonte militare de Il Giornale conferma che a terra piccole squadre di corpi speciali, soprattutto americane, camuffate con i ribelli, hanno guidato i bombardamenti mirati. Alte colonne di fumo nero salivano verso il cielo dall'interno della cittadella fortificata, proprio davanti alla cupola sovrastata dalla grande aquila libica in bronzo.

La battaglia ha subìto una svolta quando i ribelli sono riusciti a sfondare il cancellone d’'acciaio del vecchio ingresso ad ovest. Alcuni giornalisti sul posto hanno parlato di un intervento della Nato dal cielo per aprire il varco. Sulla base di alcune immagini, però, sembrava quasi che il portone fosse stato aperto dall’'interno. Una volta fatta irruzione nel compound i ribelli hanno incontrato sempre meno resistenza e si sono accaniti sui simboli del regime, come il pugno dorato che stritola un caccia americano davanti al palazzo bombardato dagli Usa nel 1986. La tenda da beduino di Gheddafi non c'’era e neppure gli «scudi umani» volontari che per mesi hanno bivaccato dentro Bab al Azizya in difesa del regime.

Il Colonnello è stato cercato stanza per stanza, ma invano. Potrebbe essere fuggito all'’ultimo momento lungo i tunnel sotterranei che portano nei quartieri di Tripoli un tempo fedeli al regime o addirittura al mare. Più probabile che Bab al Azizya sia stata usata come specchio per le allodole. Ieri Gheddafi avrebbe detto al telefono a un amico russo le seguenti parole: «Sono sano e salvo a Tripoli e non intendo lasciare la Libia». Saif al Islam, il figlio-delfino, che doveva essere stato catturato dai ribelli è riapparso clamorosamente nella notte di lunedì all’'hotel Rixos, dove sono di fatto intrappolati alcuni giornalisti stranieri. Saif ha annunciato di voler «attaccare i ratti», come vengono chiamati i ribelli, ma gli insorti si sono mossi per primi travolgendo Bab al Azizya. Il Colonnello potrebbe essere nascosto a Tripoli, una grande città di 2 milioni di abitanti, o in ritirata verso sud. Forse in direzione della base aerea di Al Jufra o ancora più giù, a Shebaa, una delle sue ultime roccaforti nel deserto. Ieri si è combattuto anche a ovest della capitale, lungo la vitale strada costiera che porta alla Tunisia. Una colonna di ribelli partita da Sirte, città natale del Colonnello, e diretta a Tripoli, è stata intercettata dai ribelli di Misurata. Lungo la strada costiera orientale sarebbe caduta Ras Lanuf e gli insorti avanzano verso Sirte.

«La Libia sarà liberata nelle prossime 72 ore» sostiene l'ambasciatore ribelle all'Onu, Ibrahim Dabbashi. A patto che venga scovato il Colonnello.

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