Tripoli, i nuovi padroni quanto sono credibili?

La propaganda è tanta ma anche la collezione di bufale in diretta tv Islamisti, ex gheddafiani, clan: non si capisce chi comanda davvero

Che regni il caos è naturale, che i media veicolati alimentino la confusione è comprensibile, ma che sia poco chiaro chi comandi davvero e su quale strada spingerà la Libia è decisamente allarmante.
Mentre infuria ancora la battaglia a Tripoli, come in altre località del Paese, sono in molti a domandarsi quanto sia affidabile la leadership dei rivoltosi o, meglio, dei nuovi padroni della Libia. È inevitabile che l’Occidente tratti con loro, ma a dar retta ad annunci e proclami non è che ispirino incondizionata fiducia. A partire dall’ultimo preoccupante episodio, quello di Seif el Islam, il figlio di Gheddafi, del quale è stata data con enfasi la notizia dell’arresto. Peccato che poche ore dopo il rampollo del Colonnello si sia presentato ai giornalisti lanciando minacce a destra e a manca: «La mia cattura? Solo menzogne. Mio padre è a Tripoli e noi controlliamo la capitale. Stiamo spezzando la schiena ai ribelli». Niente di grave, nulla cambia nelle sorti del conflitto, ma un conto è la propaganda, altra cosa è far la figura dei fessi in diretta mondiale.
Ma chi sono i leader della rivolta e che credibilità hanno? I loro nomi sono impronunciabili ma è bene ricordarli: Mahmoud Jibril, capo del governo provvisorio, Mustafa Abdel Jalil, presidente del Cnt (Consiglio nazionale transitorio), Abdul Hafiz Ghoga, vice di Jalil e portavoce del Cnt, Ali Tarhouni, ministro delle Finanze e del Petrolio, Suleiman Mahmoud, comandante dell’esercito ribelle, ai quali si aggiunge Abdessalam Jalloud, l’ex braccio destro di Gheddafi che ha cambiato bandiera quattro giorni fa, riparando in Italia. Tolti Ghoga e Tarhouni, gli altri sono tutti membri emeriti del vecchio regime che hanno defezionato, chi prima chi dopo. E se mai il Colonnello dovesse finire alla sbarra del Tribunale penale internazionale per i suoi crimini passati, i suoi ex complici, oggi ribelli, non sfigurerebbero al suo fianco. Ci sarebbe da ridere, se non fossimo così allarmati, sul dopo Gheddafi. Se la situazione resta tale, e la leadership anche, va a finire che a guidare il nuovo regime saranno gli uomini del vecchio regime. Nessuno fa pronostici, ma non è da escludere. Bisognerà però fare i conti anche con le tribù dell’Ovest, per la maggior parte berbere, protagoniste pure loro della conquista di Tripoli. Il loro contributo è stato importante, ma la loro rappresentanza politica non ha molto peso, visto che il governo transitorio è monopolizzato da ribelli della Cirenaica.
Ma sono loro a comandare davvero? Per ora hanno in mano il pallino, ma la componente islamista della rivolta, in quest’ultima fase della guerra, si è rivelata la più efficace e competitiva. A Zawiyah come a Tripoli, nelle manifestazioni di giubilo per la conquista delle città si è sentito urlare «Allah Akhbar» in piazza. Tutti i report di analisti militari sono concordi: i miliziani islamici sono meglio addestrati e più combattivi degli altri ribelli, e lo hanno dimostrato in più occasioni. Chi sono? Gli integralisti perseguitati dal regime di Gheddafi negli anni Novanta, che hanno deciso di abbandonare il Paese e andare a combattere in Iraq e in Afghanistan, al fianco di Al Qaida e talebani. Ora sono tornati, veterani di due guerre, con uno scopo ben preciso: avere un ruolo determinante nel futuro della Libia. E la cosiddetta «Dichiarazione costituzionale» presentata dal governo transitorio giovedì scorso ne è la conferma. Un documento in 37 articoli il quale sancisce, tra l’altro, che «l’islam è la religione e la sharia la principale fonte legislativa». Un successo integralista che fa tremare i vari Jibril e Jalil, i quali hanno già lanciato l’altolà ai fondamentalisti, temendo che, dopo aver dato la caccia agli ultimi fedelissimi del regime, regolino poi i conti con i compagni di rivolta. Bel colpo, male che vada avremo un nuovo Iraq alle porte di casa. Oppure una repubblica islamica. O entrambi.