La triste invasione dei vu’ cumprà

Ringraziano il governo Prodi che, unico in Europa, li lascia vivere senza controlli, permessi e domicilio. Dormono e bivaccano (nonostante i «severi» divieti) tra le dune del litorale romano, in mezzo alle loro mercanzie contraffatte. E alle sette del mattino sono già sulle spiagge dei «Cancelli», a Ostia, che setacciano sino all’ora di sera. I vigili, pochi e spaventati dalla loro aggressività, non presidiano le spiagge. Sono ormai quasi duecento i vu’ cumprà. Per due terzi arrivano da Bangladesh, India e Pakistan. Per il resto dall’Africa (Marocco, Nigeria, Senegal), Cina e Sud America. Tra loro, un solo italiano, Manuel, che il sabato e la domenica vende racchettoni e ammaestra i giovani clienti sul rispetto delle regole in spiaggia.
È una sorta di suk mobile quello che si sposta lungo il litorale romano tra Ostia e Torvajanica. Un suk fatto di umanità varia che offre ciambelle, massaggi, carta igienica, tatuaggi, falsi di ogni tipo e una miriade di cineserie, tra richiami in italiano distorto e profferte fin troppo insistenti. Impossibile telefonare, conversare, leggere o riposare senza essere sistematicamente interrotti o richiamati. L’unico limite a questa invasione colorata e urlante è posto non dalle nostre autorità, ma dai loro tabù religiosi. «Io arrivo al cancello 8 e torno indietro, non vado alla spiaggia dei nudisti, è un peccato per un musulmano», spiega Aushan, 39 anni, venditore di braccialetti e ciondoli spacciati per argento. È in Italia da 5 anni, permesso di soggiorno scaduto da uno, ha lasciato moglie e figli, di 15 e 10 anni, a casa, a Dacca. È bengalese, come la grande maggioranza dei vu’ cumprà. «Sabato e domenica siamo anche più di cento. Al fine settimana guadagno anche 70 euro al giorno. I giorni normali 20-30». Senza permesso di soggiorno anche il suo giovane (22 anni) connazionale Amman Afanour. «Spero di averlo entro sei mesi», spiega. «A Dacca facevo l’informatico, ma guadagnavo 50 euro al mese. Mi ha chiamato in Italia un mese fa uno sponsor di Avezzano. Ma quando sono arrivato il lavoro non c’era più e così ora faccio questo. Hai qualcosa per me?».
È arrivato con una carretta dei mari, invece, il suo «collega» nigeriano Calvin. «Ho dovuto pagare 1500 dollari per partire dalla Libia. Eravamo in 28. Il mare era bruttissimo. Finalmente, dopo una settimana, un elicottero italiano ci è venuto in soccorso. Dopo due mesi, la polizia ci ha lasciati andare da Crotone con un biglietto del treno per Roma». Calvin vende calzini sportivi che sulla spiaggia «tirano» poco, eppure ringrazia l’Italia e il governo Prodi che, unico in Europa - fa notare - permette a quelli come lui di restare senza lavoro regolare e senza un permesso di soggiorno.
È un immigrato ormai regolarizzato, invece, Mammaduk, un senegalese musulmano di 39 anni, laureato in lingue e letteratura francese. Non c’era lavoro per insegnanti di francese, nel suo Paese, e così nel 1989 è sbarcato in Italia. «Ora lavoro in una fonderia, a Udine. Faccio il saldatore. È un buon lavoro, anche se pesante. Lavorando in fabbrica da più di dieci anni ho diritto a 2 mesi di ferie. E li passo qui a Roma a lavorare!».
A lavorare in nero, ovviamente, come tutti i suoi colleghi, che senza stancarsi mai camminano lungo l’arenile fino a sera, quando i vu’ cumprà si ritirano nei loro accampamenti tra le dune (gli africani) o prendono d’assalto i mezzi pubblici per tornare a Roma città. «Non li ho mai visti timbrare il biglietto né per loro né per i bagagli, che superano tutti il limite massimo ammissibile (80x45x25 centimetri, ndr) per il trasporto», dice un autista dello 07, il cosiddetto «bus dei Cancelli». E la mattina eccoli risbucare ai lati della litoranea, dai varchi nella recinzione, già alle 7 di mattina per una nuova giornata da abusivi, l’ennesima, che si concluderà solo tante ore dopo quando ad aspettarli ci sarà ancora lo «07», o uno scomodo giaciglio tra le dune, lontano da casa.