La triste parabola di Cofferati: "È antisindacale". Condannato

Da amministratore del Teatro di Bologna ridusse le buste paga degli operai: «Offeso il diritto di sciopero»

Altro che Raffaella. Si chiama Nemesi la compagna delle ultime stagioni di Sergio Cofferati, una presenza assidua e inevitabile che lo affianca in tutti i campi della sua vita, costituendo ormai una specie di dittongo, di endiadi obbligata della sua esistenza.
Ad esempio, quando l’ex leader della Cgil, riformista da sempre, si trovò all’improvviso a indossare i panni del capo dei massimalisti, per poi riscoprirsi riformista al momento di guidare il Comune di Bologna. Oppure, nel momento in cui Sergio annunciò la rinuncia alla ricandidatura a primo cittadino del capoluogo emiliano per riscoprire il privato e godersi a Genova le gioie della paternità, salvo poi vedersi rinfacciare giustamente la candidatura alle europee e il tradimento del privato.
Ma, fra tante Nemesi che inseguono Cofferati, quella di ieri a Bologna le batte tutte. Perché l’ex numero uno della Cgil, il sindacalista diventato sindaco pro tempore, quasi per un Coffy-break, ma rimasto sindacalista nell’animo, è stato condannato per comportamento antisindacale. E, quasi per un ulteriore scherzo del destino, sempre in agguato, come se fosse un errore di stampa, un refuso in salsa giuridica, un salto di pagina nello statuto dei lavoratori, l’articolo che secondo il giudice sarebbe stato violato da Cofferati è il 28, proprio lui che sull’articolo 18 ci costruì una carriera. Culminata con i tre milioni di persone in piazza e la quasi-certezza di trovarsi di fronte a un nuovo Di Vittorio o a un nuovo Berlinguer, comunque a un uomo in grado di prendersi in mano la sinistra italiana. Finì che ci trovammo di fronte a un nuovo Mariotto Segni, l’uomo che aveva in mano il biglietto vincente della lotteria, ma che lo perse.
Nemesi nella Nemesi, la condanna del giudice bolognese per comportamento antisindacale - contro cui Coffy ha già annunciato un ricorso, ribadendo le sue ragioni - riguarda una vicenda di lirica, la grande passione di Sergio, il cui sogno sussurrato a mezza voce era quello di fare il Sovrintendente del Carlo Felice di Genova. E Nemesi nella Nemesi nella Nemesi, la vicenda riguarda la messa in scena della Gazza ladra. Proprio quel Gioacchino Rossini che l’ex leader della Cgil citò al congresso diessino di Pesaro nel crescendo del suo discorso da oppositore per negare la volontà di una scissione.
La storia è semplice: prima di quattro giornate di sciopero indette da alcuni sindacati del Teatro Comunale di Bologna, in bacheca i lavoratori trovarono un avviso che li avvertiva che, in base all’articolo 1256 del codice civile, tutti si sarebbero vista decurtata la busta paga. Sia coloro che aderivano allo sciopero, sia quelli che non aderivano, ma che comunque non avrebbero potuto mettere in scena l’opera rossiniana. Insomma, una forma di serrata. Con un fondamento di giustizia: spesso, nel mondo della lirica, c’è una specie di gioco di scacchi dei sindacati per fare il massimo danno subendone il minor contraccolpo in busta paga.
Coffy ha provato a difendersi in ogni modo. Prima con i cavilli dei suoi avvocati, in una sorta di scaricabarile, sostenendo che il responsabile non era lui come presidente della Fondazione teatrale, ma il sovrintendente Mario Tutino. Poi, più realisticamente, difendendo le sue ragioni. Ma gli è andata male su tutta la linea. Per il giudice, «il comportamento del datore di lavoro appare idoneo ad arrecare offesa alla libertà di sciopero, a prescindere dall’elemento intenzionale».
E quindi antisindacale. E quindi condannato. E quindi Nemesi.