Il triste ritorno al Botteghino degli ex compagni

L’aneddoto strepitoso viene da un compagno della vigilanza del Botteghino, che per ovvi motivi ha voluto omettere il nome: «L’altro giorno stava uscendo dalla sede un compagno ministro. Mi guarda e mi fa: “Si può avere una macchina? Devo andare urgentemente al loft”. E allora io gli rispondo: “No, mi dispiace”. E lui: «Ma perché, scusa?” E io: “Mica per altro. Semplicemente perché le macchine nun ce stanno più! Se vvoi te posso chiamà un taxi”». Non era una battuta: perché del vecchio parco auto di sei vetture, oggi è rimasta una sola auto. Una austerità che fa impallidire chi era abituato alle disponibilità del vecchio partito, o alle rimesse istituzionali frequentate fino a ieri.
È stato un brusco ritorno a casa, per molti. Un ritorno con qualche palpitazione per i 16 dipendenti (fra uffici stampa, capi di gabinetto, portavoce, segretarie) che si erano dislocati al governo. Scherza il più prestigioso di loro, Claudio Ligas, uno che è stato tutto, da capo ufficio stampa del vecchio Pci a portavoce di Luciano Violante (e che adesso era con la Pollastrini alle Pari Opportunità): «Io sono tecnicamente in aspettativa, certo. Ma so che se ritorno, ci sono molte possibilità di essere licenziato prima di prendere la prima busta paga. Non lo considererei un gesto antisindacale, ma una decisione dolorosa che chi lavora nella politica deve capire». Certo, Ligas è un comunicatore che è stato subissato di offerte (a partire dal centrodestra), più difficile è la situazione per molti altri.
Il loro è un ritorno persino sorprendente. Perché molti di quelli che in questi giorni hanno fatto gli scatoloni a Palazzo Chigi, nei ministeri, negli uffici del governo, delle autorità e del sottogoverno (e che oggi si trovano improvvisamente senza casa), paradossalmente sono tra coloro che avevano sostenuto la necessità di chiudere del tutto l’ex sede dei Ds. Dicevano che era un retaggio del passato, il luogo-simbolo di una transizione incompiuta, una carta di identità che fuorviava, rispetto alla nuova sfavillante ragione sociale del Pd. Persino in tempi recenti, quando qualcuno aveva ipotizzato di collocarci dentro le strutture del governo-ombra, gli ex della Margherita si erano ribellati: «Ma così sembra che diventiamo dirigenti della Quercia». Il Botteghino, però, una sua storia onorata l’aveva. Era stato inventato come «una nuova casa», più sobria e meno costosa - paradossalmente - proprio dalla segreteria di Walter Veltroni, fra il 1999 e il 2000. Per Botteghe Oscure, già gravata dall’ipoteca del debito, si spendevano 2 miliardi di affitto. Per il Botteghino - scelto dal neotesoriere di allora, Lino Paganelli - uno solo: il 50% di risparmio netto!
La sede, in realtà, era stata inventata con un piccolo capolavoro logistico, mettendo insieme tre diversi plessi dell’Impdai, intorno ad un bel palazzo affacciato su via Nazionale: un intrico di camminamenti, rampe, piani, nicchie e dislivelli per un totale di più di 80 stanze. La struttura disponeva persino di un piccolo Auditorium, che fu veltronissimamente inaugurato dal concerto fotogramma di Nicola Piovani. «I Ds - disse Veltroni in questa serata di gala - aprono un nuovo spazio di cultura nella città»: e già si immaginava che avrebbe ospitato un calendario di dibattiti, riunioni politiche e kermesse. Invece quella fu l’unica giornata di gloria, perché subito dopo fu chiuso per motivi strutturali e inagibilità. Subito dopo, per giunta, venne acquistato con un bando a cui la Quercia rinunciò perché giudicava la valutazione troppo alta. E indovinate il nome dell’acquirente? Il gruppo Caltagirone. Lo stesso che di lì a poco, in corrispondenza degli altri bandi, rilevò - una ad una - tutte le altre strutture del Botteghino. Insomma, pochi lo sanno, mai Ds, oggi, sono inquilini di Caltagirone.
Quando venne affittato il loft, infine, si disse: adesso bisogna chiudere. E dietro questo aut-aut, c’era anche il braccio di ferro fra Ds e Margherita da un lato, e il Pd dall’altro. Da almeno cinque mesi il tesoriere del nuovo partito, il senatore Mauro Agostini, 56enne umbro, e uomo di fiducia di Veltroni, vorrebbe una cessione di sovranità (e soprattutto di fondi!) che i suoi due colleghi, Lusi e Sposetti, non intendono minimamente favorire. Se non altro perché Ds e Margherita, fino al 2011 godranno del «finanziamento pubblico» (ovvero del rimborso elettorale) per le campagne pregresse. Mentre Agostini, a partire da agosto, vedrà piovere nelle sue casse un corposo bottino di milioni di euro (esattamente 140). Così l’inossidabile Sposetti ha spiegato i motivi della sua ritrosia in una riunione a porte chiuse, quella in cui ha raccolto i dipendenti della sua struttura per spiegargli la rotta: «Primo. I Ds incasseranno 70 milioni di euro, ma io ho sulla groppa del bilancio ancora un debito di 150. Secondo: non so cosa farò nella mia vita, ma potete stare tranquilli di una cosa: uscirò da qui solo dopo che si sarà sistemato l’ultimo dipendente». Già, ma dove. Qui è il nodo: Sposetti fa capire che se il Pd vuole ereditare il patrimonio dei Ds deve farsi carico anche degli oneri umani ed economici. Quelli del Pd spiegano che Sposetti omette di dire che a lui fanno capo tutte le fondazioni che in giro per l’Italia controllano il patrimonio della Quercia. Ed ecco perché Agostini su questo nodo è quasi gelido: «I dipendenti in aspettativa? Noi non ce ne possiamo certo fare carico. Non li pagavamo noi, non hanno un rapporto giuridico con noi... A loro ci pensino i Ds».
Il bello è che, come spiega Ermete Realacci, «anche il contratto del loft è in scadenza. Lo rinnoveremo, certo, ma in ogni caso è troppo piccolo». Così, gira e rigira, si ritorna sempre al Botteghino. Per mesi quasi deserto, oggi ripopolato dai naufraghi, tutto un brulichio di scatoloni recapitati dai corrieri di Montecitorio. Questa estate c’erano rimasti solo Fassino, Migliavacca, Sposetti, l’ufficio stampa e un pugno di funzionari gassosi. Adesso «i naufraghi» sono tornati tutti lì. Al posto dell’auto blu il motorino. Ma almeno, fino al 2011, l’affitto è pagato!
Luca Telese