La troika «scongela» gli aiuti alla Grecia

Ha un bel dire, Jean-Claude Trichet, che «il tempo è limitato ed è necessario che sulla crisi del debito e sulla ricapitalizzazione delle banche ci siano decisioni chiare». Peccato, però, che la gestione dell’emergenza all’interno dell’Eurozona sia ancora affidata a iniziative poco o nulla coordinate, e spesso neppure condivise.
Questa sorta di tiro alla fune riguarda, per esempio, anche una questione delicatissima come la concessione dell’ultima tranche di aiuti, quella da 8 miliardi, alla Grecia. La troika Ue-Bce-Fmi ha finalmente concluso ieri ad Atene la propria missione, resa complicata dalle ripetute occupazioni del ministero delle Finanze da parte dei dipendenti pubblici e dagli scioperi che hanno paralizzato la Capitale. Dopo oltre una settimana di lavoro, gli ispettori sono giunti alla conclusione che l’assegno può esser staccato, «probabilmente all’inizio di novembre».
Tutto bene? Non proprio. Non almeno per la Germania, per la quale la partita resta ancora aperta. «Il comunicato della «troika» mostra luci e ombre - ha spiegato un portavoce del ministero delle Finanze -. Intendiamo aspettare di vedere il rapporto, lo analizzeremo e poi decideremo sulla sesta tranche». Gli 007, in effetti, hanno rilevato alcune criticità nel processo di risanamento avviato dal governo Papandreou. La Grecia, com’era prevedibile, non riuscirà infatti a centrare quest’anno gli obiettivi di deficit, a causa della recessione e dello slittamento di alcune misure concordate. Inoltre, nuovi tagli alle spese andranno messi in cantiere per il periodo 2013-2014. Ancora lacrime e sangue, quindi, nonostante nel 2012 Atene abbasserà come promesso il disavanzo a quota 14,9 miliardi.
Il fatto che la Germania abbia subito messo in dubbio il sostanziale via libera arrivato dalla «troika» allo scongelamento dell’ultima fetta di aiuti, è prova ulteriore che sui destini della Grecia è oggi ancora impossibile avere certezze. Lo sblocco della sesta tranche è uno snodo fondamentale non solo per Atene, ma anche per far sì che gli altri tasselli del complicatissimo puzzle della crisi del debito possano andare a posto. A cominciare dal potenziamento del fondo salva-Stati (Efsf). La Slovacchia è l’ultimo dei 17 Paesi di Eurolandia a doversi pronunciare sull’Efsf, ma l’esito del voto - per cui il premier Iveta Radicova ha chiesto il voto di fiducia - appare tutto tranne che scontato. Per poter dar corso alle risoluzioni prese nel vertice dello scorso 21 luglio, occorre l’unanimità. Se Bratislava dovesse mostrare il pollice verso, il paracadute anti-crisi rischierebbe di non aprirsi. Motivo che ha indebolito ieri le Borse europee dopo i forti guadagni d’inizio settimana (Milano è scesa dello 0,4%, ma Unicredit ha compiuto un altro balzo del 6,7%).
In ogni caso, anche sulle modalità di irrobustimento dell’Efsf manca una strategia comune. Trichet considera benefica la possibilità che l’Efsf «presti soldi ai governi per ricapitalizzare le banche», in difficoltà sia sul versante della liquidità, sia su quello dei finanziamenti, ma non ritiene appropriato che «sia la Bce a fornire la leva finanziaria». Motivo? «I governi hanno tutti mezzi per agire da soli». L’Eurotower rimanda, insomma, la palla dall’altra parte del campo, richiamando il Palazzo ad agire «in fretta» in modo da evitare che la crisi del debito, «ormai sistemica» e allargata «anche a Usa e Giappone», si aggravi ulteriormente. Oggi la Commissione Ue presenterà la propria proposta per il rafforzamento patrimoniale degli istituti, mentre resta ancora da riempire di contenuti l’accordo raggiunto tra Francia e Germania lo scorso week-end. Secondo l’Eba, l’Autorità bancaria europea, alle banche servono circa 100 miliardi di euro. Una bella cifra.
Con il passare dei giorni appare comunque sempre più chiaro che, a fronte degli aiuti, le banche dovranno sopportare perdite più pesanti sui sirtaki-bond. Lo ha confermato, ieri, il portavoce del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker: «Si sta discutendo di un taglio superiore al 21% definito il 21 luglio, ma non superiore al 50-60%».