Trombettiere di Custer, Duce o Kissinger Ecco il Sordi mai visto

Il grande attore lavorò a molti film non girati: western, storici, politici e donchisciotteschi...

Ce lo meritiamo Alberto Sordi, parafrasando lo sberleffo, in tempi sospetti, nel 1978, di Nanni Moretti che in Ecce bombo risponde urlando «Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Ve lo meritate Alberto Sordi», a un uomo che al bar aveva detto «Gli italiani, rossi e neri, sono tutti uguali». Un attacco molto più qualunquistico di qualsiasi commedia all'italiana - il vero bersaglio - che Moretti voleva colpire. Perché il mondo di Sordi si presta a letture molto complesse. E il nuovo numero del glorioso Bianco e Nero, il quadrimestrale del Centro Sperimentale di Cinematografia (edito con Edizioni Sabinae) e diretto dal suo presidente Felice Laudadio, complica ancora più le cose tirando fuori dal cilindro un altro Sordi ancora. Il «Sordi segreto» come recita il titolo della monografia molto ben curata da Alberto Anile che nasce da una ricognizione degli sterminati materiali - 20mila pezzi tra pellicole, nastri audio, sceneggiature, corrispondenza, foto - raccolti dal grande attore e depositati presso il Centro Sperimentale dalla Fondazione Museo «Alberto Sordi» di cui Walter Veltroni è presidente onorario che ricorda, nell'introduzione, come tutta Roma avesse sfilato in Campidoglio alla sua morte nel febbraio 2003 per salutarlo e ringraziarlo (come aveva voluto fare personalmente Togliatti dopo la prima di Una vita difficile con Sordi che gli rispose: La ringrazio molto anche se io non milito nella sua, diciamo così, ideologia, lo sa...?». «Lo sappiamo, lo sappiamo tutti, ma ne vorrei tre o quattro come lei»).

Lui che paradossalmente, caso più unico che raro, non era mai stato tenero e accondiscendente con il suo pubblico. Un esempio di politicamente scorretto oggi impensabile. Provate solo a immaginare chi si potrebbe permettere, come nella celebre sequenza de I vitelloni di Federico Fellini, di fare il gesto dell'ombrello all'indirizzo dei «lavoratoriiiiiiii»? Oppure, come ne Il Marchese del Grillo, rivolgersi al popolo dicendo: «Mi dispiace, ma io so' io, e voi nun siete un cazzo». Ma quello che potrebbe sembrare solo cinico disprezzo si rivela invece essere un rapporto franco e autentico con lo spettatore - da notare il suo sguardo in macchina in ambedue le sequenze - come aveva imparato a fare nei teatrini degli anni '40 e '50 dove «l'artista vive per il suo pubblico: lo ama, lo blandisce, lo teme» - scrive Anile - fino ad arrivare a graffiarlo con «una comicità aggressiva, a volte violenta, quella in cui Sordi è stato il più grande». Anche quando sembra mettersi dalla parte del popolo, criticando le élite culturali di ieri (e di oggi) nell'episodio «Le vacanze intelligenti» di Dove vai in vacanza? (1978, attenzione) quando in coppia con la moglie Augusta (Anna Longhi) passa in rassegna i quadri di un'esposizione della Biennale di Venezia, ecco che ridicolizza tutti, «anche il pubblico, supponente e boccone, che li elogia». Sono i personaggi «sgradevoli, spesso odiosi, ipocriti, bassi» la cui meschinità, scrive Goffredo Fofi, «era estremamente simpatica agli italiani quanto era incomprensibile ai francesi».

Ma Sordi è stato anche un regista molto interessante e pieno di idee con 19 film e molti progetti non realizzati, dallo pseudo western Il trombettiere del generale Custer a Il mio amico Henry, basato sulle traversie di un sosia di Kissinger, da Don Chisciotte e Sancio Panza con Vittorio Gassman e Monicelli alla regia al film provvisoriamente intitolato Un italiano in Brasile un progetto lungo vent'anni con alcune scene girate al Carnevale di Rio come racconta in maniera esaustiva Tatti Sanguineti , fino a Benito Mussolini in versione «in pantofole» che le busca da una burbera donna Rachele. Pur essendo un'idea nata durante la Mostra del cinema di Venezia del 1967 e lì morta dopo che ne scrisse Carlo Laurenzi sul Corriere della Sera, Sordi continuò a ricevere lettere minatorie così: «Guai a te se fai un film sul Duce!».

Ma il suo film più importante, perché testamentario, è sicuramente lo sperimentale Storia di un italiano (in collaborazione con Giancarlo Governi, la sigla grafica era del grande Mario Sasso con musica di Piero Piccioni), andato in onda sul secondo canale Rai, che realizzava il sogno rosselliniano di rimontare la propria filmografia per raccontare la storia dell'Italia del '900. Simone Starace svela il finale inedito della serie a cui Sordi ha lavorato fino alla morte e che non è mai stato trasmesso, con il saluto, sotto lo stesso colonnato di San Pietro della prima puntata, dell'attore ormai anziano che ricorda l'episodio dell'infanzia con la scoperta del «Cupolone» all'epoca in cui c'era ancora la spina di Borgo. Passato e futuro si rincorrono, poi lo schermo viene occupato dalla scritta «2000», finisce il '900, cominciano i titoli di coda e la storia d'Italia «sembra coincidere davvero, per un instante, con l'avventura umana di Sordi».