Tron Legacy, c’è vita dentro il computer

Dopo 28 anni, arriva l’atteso seguito del film di fantascienza che ha profetizzato l’avvento del web e del mondo digitale

Roma «Cosa resterà di questi anni ’80?»,si domandava Raf a Sanremo nel fatidico 1989. Sicuramente un po’ del mondo futuristico di Tron. Così, quasi trent’anni dopo, ecco la sua eredità al cinema: Tron Legacy, un atto secondo à la page con il mondo di oggi, molto più 2.0 di quando il capostipite venne realizzato. Ma certo l’idea vincente, fulcro di ambedue le opere, è sempre la stessa: inserire uomini in carne ed ossa all’interno di un videogioco. Una trovata geniale che ha decretato l’incredibile successo del Tron di Steven Lisberger del 1982 e che si rivela oggi la parte più interessante dei 125 minuti di Tron Legacy diretti dall’esordiente Joseph Kosinski.

Un regista che sino a ieri si occupava di spot pubblicitari (non a caso di videogiochi come Halo 3) e che ora, a 36 anni, si ritrova tra le mani uno dei film più attesi e con il budget tra i più impegnativi della storia (si parla di 150 milioni di dollari di costo, più altrettanti per il lancio e la promozione). Anche se a essere redditizio, per la Disney che produce, sarà il mondo che gira intorno a Tron Legacy: il videogioco, i giocattoli, custodie, zaini, cappellini, costumi, libri, fumetti. E già si parla di una serie tv. La Disney ha fatto le cose in grande, rischiando molto su un sequel che farà storcere il naso ai puristi, quelli che il primo Tron l’hanno visto al cinema e guai a toccarglielo, ma anche ai neofiti, i ragazzi abituati a ogni sorta di videogioco e a cui Tron Legacy forse non apparirà così originale. Mentre l’apporto musicale dei Daft Punk vale da solo il biglietto.

Da parte loro gli sceneggiatori (Edward Kitsis e Adam Horowitz) hanno fatto il possibile per cercare di rendere interessante il seguito della storia di Kevin Flynn (sempre interpretato da Jeff Bridges ormai anche premio Oscar), il celebre programmatore di software che, tramite un laser speciale, finiva all’interno del videogioco da lui stesso creato. In Tron Legacy veniamo a sapere che Flynn ha ripreso il controllo della Encom, la società fondata con il suo amico Alan Bradley (Bruce Boxleitner), ha avuto un figlio, Sam (Garrett Hedlund), e ha continuato a «giocare» con i videogame. Tanto che un giorno, quando Sam era piccolo, è scomparso. 20 anni dopo il ragazzo, anch’egli quasi fortuitamente, si ritrova catapultato nel mondo virtuale del videogioco dove rincontra il padre rimasto imprigionato lì per vent’anni. L’obiettivo ora è di liberarlo e di riportarlo nel mondo reale ma, per farlo, padre e figlio dovranno sconfiggere il cattivo di turno, Clu, creato tanti anni prima dallo stesso Flynn a sua immagine e somiglianza. Clu ha mantenuto le fattezze giovanili (a interpretarlo è sempre Jeff Bridges ringiovanito al computer) e ora vuole uccidere il «padre» Flynn per avere il controllo completo di quel mondo.

Certo la storia, seppur molto incentrata sul classico rapporto padre/figlio, è complessa, a volte oscura, ma è anche vero che la forza del film sta nella ricreazione del mondo virtuale in cui il giovane protagonista è chiamato a sfide all’ultimo sangue che ricordano quelle dei gladiatori. Tornano così, migliorate, le famose motociclette luminescenti che sono un tutt’uno con le tute futuristiche, anch’esse luminose, dei vari giocatori. Uno sfavillio di luci, colori, caschi hi-tech, dischi di memoria usati come frisbee letali. Personaggi ambigui come Castor (Michael Sheen), mellifluo proprietario del locale più alla moda del mondo virtuale, ma anche affascinanti come la bellissima Quorra (Olivia Wilde) che aiuterà nella fuga il padre ma soprattutto il figlio. Perché, si sa, al cinema (e anche in alcuni videogiochi) la storia d’amore è d’obbligo.