Tronchetti: "Tavaroli spiava la mia famiglia"

La testimonianza dell’ex presidente Telecom: &quot;Il capo della security ha venduto il mio nome e un rapporto con me che non esisteva. Gli incontri con i politici? Poteva organizzarli la mia segretaria&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=278278">Il sogno infranto di &quot;Tavola&quot;</a></strong>: diventare 007

Luca Fazzo - Enrico Lagattolla

Milano - Un conto è l’immagine. «Il giudizio generale era che lui gestiva bene la sua funzione, e aveva capacità organizzative. Questa era l’immagine di Tavaroli». Quindi, «in lui c’era fiducia». Anche perché più volte si era speso per lui Gianni Letta. Altra cosa, la sostanza. «Mi sono reso conto che all’esterno lui ha venduto il mio nome, e molto. Ha venduto un rapporto con me che non esisteva e non è mai esistito». Parla per quattro ore, Marco Tronchetti Provera. È il 27 giugno. Davanti ai pm milanesi che indagano sulle rete di «spioni» interna a Telecom, l’ex presidente del colosso telefonico ricostruisce i suoi rapporti con Giuliano Tavaroli, già capo della security. Rapporti che non esistono, la linea è chiara.

Tronchetti scarica Tavaroli quasi con brutalità: la sua attività «era non solo non nota, ma neanche immaginabile all’interno dell’azienda». Il modus operandi era «sempre lo stesso: appena gli viene all’orecchio un tema, attiva la sua rete» e «monta tutta una macchina» che - alla fine - «non produce mai nulla». E sì che le premesse erano buone. «Tavaroli - era stato il ragionamento dopo lo sbarco in Telecom - viene da un mondo diverso», e con lui l’azienda ritiene di non correre «il rischio che ci siano commistioni con un passato poco chiaro». «Gianni Letta mi disse di fare i complimenti alla security» della compagnia, «era una persona che godeva di fiducia in generale». Poi, però, l’attività dell’ex carabiniere travalica il ruolo, vive di vita propria, sconfina persino nella vita privata del presidente. «Tavaroli mi venne ad accennare che c’erano delle frequentazioni pericolose di uno dei fratelli di Afef nell’entourage di Sayf Gheddafi. Fu una delle volte in cui lo mandai un po’... diciamo di non occuparsi di cose che non lo riguardavano». Lui, lo 007 avrebbe dovuto «occuparsi di mettere in sicurezza la rete». E basta. Invece, la security diventa un’entità «autoreferenziale al 100%».

Così nascono i dossier, i report, le risk analysis pagati decine di milioni. «Non è mai stato dato nessun input di questo genere», insiste Tronchetti. E «non solo non c’era il mandato», ma nemmeno «c’era una logica nel richiedere informazioni». Tanto più che «almeno dalla mia ottica», quello di Tavaroli è stato «un lavoro modestissimo». Allo stesso modo, gli «abboccamenti» con la politica «erano dei metodi suoi per accreditare se stesso», come i rapporti con i politici, «il pranzo con D’Alema», «la cosa con Brancher e Bossi», perché «lo potevo fare con la mia segreteria». E «nessuno avrebbe rifiutato di incontrarmi».