Troppa comicità fa male alle risate

A che punto è la salute della comicità televisiva? Non si ricordano così tanti programmi comici come in questo periodo, ma si ha la netta impressione che si tratti di una spinta inflazionistica piuttosto che di un segnale di effettiva vitalità creativa del settore umoristico. È ripreso il Bagaglinoè tornato Zelig Off, è alla sua seconda stagione La tintoria, ha debuttato Anche se di Francesco Paolantoni, sono riemersi Cochi e Renato e la Gialappa's, abbiamo visto la sfida tra giovani cabarettisti di Bravograzie, mercoledì ha preso il via alle 23,30 su Italia 1 Sputnik, ultimo arrivato di questa abbuffata comica, una parodia dei canali satellitari tematici presentata da Jessica Polisky con una banda di comici tra i quali spicca Debora Villa. Molto ricca l'offerta umoristica, ma assai meno la sua qualità. Vero è che la comicità è un territorio difficile e opinabile, uno potrebbe ad esempio chiedersi se Francesco Paolantoni abbia mai fatto ridere (è l'ennesimo mistero insoluto dell'universo), e subito troverebbe qualcuno che gli risponderebbe con convinzione: sì, a me fa ridere. E a quel punto il discorso si chiuderebbe lì: la mia opinione contro la tua, il mio senso dell'umorismo opposto al tuo. Ma cerchiamo comunque di fissare almeno qualche paletto, qualche punto fermo che deroghi dalla soggettività. Partiamo pure dai dati Auditel: tra i tanti programmi comici non ce n'è uno che vinca nella sua fascia oraria, e questo è un dato oggettivo. Se poi si cercassero volti nuovi nel nostro panorama comico, stenteremmo a individuarne di significativi, così come è indubitabile che non siano ancora emerse nuove forme di espressione comica capaci di rinverdire l'innovazione del linguaggio umoristico che si ebbe nei due grandi periodi di svolta della nostra televisione: nei primi anni '60, con i varietà mutuati dall'esperienza teatrale e poi con l'irruzione di forme di umorismo surreale e spiazzante (Cochi e Renato e Villaggio su tutti), e negli anni '80 con la comicità veloce e rompischermi del Drive In. Questa sembra proprio una stagione di stallo, o perlomeno di transizione. Latita la satira politica che, da quando è al governo la sinistra, ha smesso di essere sopravvalutata e vivacchia senza scatenare più polemiche o discussioni (spesso i comici ne prendono le distanze: io fare satira politica? No grazie ambisco ad altro). Ma è proprio «l'altro» che scarseggia, venuta a mancare la sbornia satirica. Le risate migliori vengono ancora e sempre dagli imitatori, e non è certo un segnale di originalità. Ci si sta finalmente accorgendo che la comicità usa e getta di questi ultimi anni ha fatto molti danni, chiudendo gli spazi alla sperimentazione e impedendo di far crescere con la dovuta pazienza e la necessaria gavetta i possibili talenti. Ci si butta ora sulla quantità dell'offerta, ma per trovare un timbro comico originale si dovrà ancora aspettare.