La troppa critica ci soffoca Torniamo alla letteratura

Chiunque abbia fatto il mestiere del genitore negli ultimi vent’anni avrà gettato perlomeno un occhio sui manuali - di storia, di geografia, ma soprattutto di letteratura - sui quali i loro figli si sono formati.
Qualcuno più coraggioso avrà anche constatato a quali labirinti si sono ridotte molte antologie letterarie, con introduzioni complicatissime, questionari finali pieni di domande cervellotiche e spesso stupide, e dove i brani vengono lobotomizzati fino alla dissipazione del senso. Come se, per capire un affresco di Giotto, ci si dovesse piazzare a un centimetro dal dipinto.
Tra i responsabili di questo costume, le cui conseguenze sul disastro della scuola in Europa sono enormi, c’è il movimento detto impropriamente strutturalista, che negli anni Sessanta si diffuse dalla Francia in tutto il mondo grazie anche al genio dei suoi protagonisti (pensiamo a Roland Barthes, a Michel Foucault): un metodo che, unendo linguistica ed etnografia, ridefiniva alla radice il senso di parole quali «testo», «autore», «letteratura».
Ma, come si dice, «quando il dito indica la luna l’imbecille guarda il dito». Diventando di moda e diffondendosi nelle università e nelle redazioni culturali dei giornali, il metodo strutturalista si trasformò in un distintivo, e poi in un diktat. Per anni non fu più possibile, nemmeno in Italia, partecipare a un dibattito sulla letteratura minimamente titolato senza essere presi in giro ogni volta che si usavano espressioni come «il messaggio del romanzo X», o «le intenzioni dell’autore Y».
Colpisce, in questo senso, la coraggiosa presa di posizione di uno dei principali protagonisti di quella stagione, il celebre critico e linguista parigino di origine bulgara Tzvetan Todorov, che oggi presenta, con La letteratura in pericolo (Garzanti, pagg. 88, euro 11, traduzione di Emanuele Lana), il rendiconto di un processo trentennale: disamore alla propria storia, analfabetismo di ritorno, incapacità di trasmettere da una generazione all’altra il senso e i valori di una civiltà. Non solo e non tanto un mea culpa, ma anche un grido di allarme, che segue quelli di tanti altri intellettuali (in testa il grande matematico Laurent Laforgue).
Commentando alcune direttive ministeriali francesi riguardo allo studio della letteratura nei licei, egli scrive: «L’insieme di queste direttive si fonda chiaramente su una scelta: gli studi letterari hanno lo scopo principale di farci conoscere gli strumenti di cui si servono. Leggere poemi e romanzi non porta a riflettere sulla condizione umana, l’individuo e la società, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione, ma su nozioni critiche, tradizionali o moderne. A scuola non s’impara che cosa dicono le opere, ma che cosa dicono i critici».
In altre parole, lo scopo dell’insegnamento letterario non è più quello di studiare le grandi opere utilizzando i diversi metodi critici, ma di studiare i metodi utilizzando le opere come esempi. Il risultato è che le opere non si leggono più. Leggere Shakespeare, Dante, Racine, Machiavelli, Hugo, Dickens non è più così importante. I loro testi possono essere sostituiti da sunti redatti ad hoc.
Dopo un utile viaggio nel tempo in cui rintraccia nei sogni rinascimentali l’origine di questa posizione autoreferenziale (una posizione che egli riassume nella triade «formalismo-nichilismo-solipsismo»), Todorov torna ai nostri giorni descrivendoli come un grande campo in cui si fronteggiano alla pari le più disparate posizioni: come è vero nella società, così è vero nell’insegnamento letterario. «Ciò nonostante - aggiunge - richiamandosi alla contestazione e alla sovversione, almeno in Francia, i rappresentanti della triade formalismo-nichilismo-solipsismo occupano posizioni ideologicamente dominanti. Essi rappresentano la maggioranza nelle redazioni dei giornali letterari, tra i direttori dei teatri sovvenzionati dallo stato o dei musei».
C’è un rituale della cultura, come ricordava Marc Fumaroli, che va nella direzione opposta a quella per cui la cultura esiste, che è, semplicemente, di aiutare l’uomo a essere se stesso. La situazione italiana non è diversa da quella francese, di cui imita, in molti punti, il modello generale. Ma il problema è antropologico, non di metodi giusti o sbagliati, e finché non ce ne occuperemo si continuerà a discutere solo sugli effetti senza mai prendere in esame le cause.
Una delle ragioni di questa crisi sta nel fatto che è indubbiamente più comodo, e assai meno responsabilizzante, da parte di chi insegna, ridurre la ricchezza e lo scandalo della grande letteratura a una questione di strutture poetiche o narrative. La colpa non è di un metodo di analisi (figuriamoci), ma della codardia di chi, appellandosi alle mode culturali, non vuole spendere nulla di sé nel confronto reale con ciò che le opere dicono, e preferisce renderle mute e obbedienti a tutte le possibili operazioni di smontaggio.
Perché la letteratura è sempre scomoda, ed è fatta affinché, nella confraternita degli ipocriti lettori, come li chiama Baudelaire, ne spunti qualcuno disposto ad accettarne la sfida. Quando i lettori sono tutti ipocriti, è segno che c’è un’infezione in corso.
Molto acutamente, Todorov parla di una riduzione della domanda che la società pone alla letteratura (ma noi, rivendicando l’arbitrio, aggiungiamo: alla letteratura e alla vita), di un’asfissia della ragione che, come dice Benedetto XVI, senza l’alimento delle nostre persuasioni e senza il coraggio di metterle in gioco, diventa sterile e arida. Il grande studioso ipotizza che il cattivo stato di salute della letteratura europea e francese in particolare siano una conseguenza di questa riduzione.
Ma questa è solo una conseguenza. C’è ben altro su cui piangere che non qualche brutto romanzo. C’è un «io» (e di conseguenza una cultura, quella europea) così incapace di dire chi è - e di dirlo a voce alta e chiara - da non esserlo nemmeno più. Il suo essere si dissolve come i sogni del mattino, che svaporano con il primo sorso di caffè.