Ma la troppa poesia annulla la poesia

Michele Anselmi

Abbiamo capito che Benigni è il poeta del cinema italiano. Nel suo nuovo film si chiama Attilio, come Attilio Bertolucci; nell’incipit onirico trasporta in platea, con trucco visivo, Ungaretti, Montale, Borges e Yourcenar; e nel press-book, con apprezzabile sincerità, cita le fonti poetiche, diciannove per l’esattezza, mettendo nel mazzo, tra Cardarelli e Caproni, tra Hikmet e Tagore, anche il Paolo Conte di Vieni via con me. Non bastasse, di mestiere il protagonista della storia scrive versi e insegna poesia, difatti agli studenti raccomanda: «Fatevi obbedire dalle parole, se la parola è muro non usatela più». A dire, insomma, che la poesia è fatica, rigore, ghiaccio, artificio, in sostanza un modo per «raccontare la verità con delle belle menzogne»; e il poeta «un lavoratore a sangue freddo».
Giusto. Solo che la poesia, al cinema, è materiale deperibile. Se vuole suonar vera, deve affiorare per vie imperscrutabili, laterali, insinuanti, quando è programmaticamente cercata rischia di non toccare i cuori. E del resto, come raccomandava Manganelli, non è forse il cuore «l’organo più delicato da tenere in mano»? Ne sa qualcosa Alessandro D’Alatri, il quale, pur omaggiando Derek Walkott ed evocando un pellegrinaggio sulle tombe dei poeti morti, non ha proprio saputo attingere ai vertici della poesia fabbricando il suo La febbre.
D’accordo, Benigni è unico, inconfondibile, l’arte benignesca è impastata di rime, ottave ed endecasillabi, di affondi vernacolari e partiture dantesche, in lui l’istinto lirico si lega al classicismo rarefatto, quindi democratizzato; e forse non è un caso che in La tigre e la neve teorizzi, parlando di poesia: «La novità è la cosa più vecchia che ci sia». Eppure, troppa poesia annulla la poesia, lo sguardo da poetico si muta in poetizzante, in un fiorire di uccellini, parole sussurrate, tremori e palpiti amorosi. Ecco, tra le tante, alcune frasi che racchiudono il messaggio poetico del film: «Ci sarà al mondo un uomo che trova la parola giusta»; «Dilapidate la gioia, sperperate l’allegria»; «È da distesi che si vede il cielo»; «La bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere»; «Voglio fare con te ciò che fa la primavera con i ciliegi»; «Ogni persona è un abisso: fa venire le vertigini guardarci dentro»; «Sul grande orologio del tempo c’è scritto una parola sola: ora». Benigni le sospira più che recitarle, alla sua maniera, e immagino che molti, nel buio della sala, si commuoveranno seguendo le vicissitudini di questo omino chapliniano, provvido e svagato, capace di fare miracoli nell’inferno di Bagdad per salvar la donna amata.
Certo, Attilio e Vittoria non sono i fidanzatini di Peynet, e se non fosse chiaro Benigni ricorda che «l’amore è una tigre feroce che ti si attacca addosso». Ma, per quanto buono e non buonista, l’attore-regista finisce col monumentalizzarsi un po’, trasformando il suo poeta nel milite ignoto della parola dinanzi al quale tutti dovremmo inchinarci. Magari, prossimo ai 53 anni, Benigni farebbe bene a dissolvere un po’ del proprio stupore, ritrovando le ragioni di una comicità meno santificata e rassicurante, più scomoda e abrasiva. «Il poeta Benigni va alla guerra», titolava l’altro giorno la Repubblica. Per dirla con un epigramma di Sandro Bajini, «è questo che m’inquieta: / non puoi muovere un passo / che inciampi in un poeta».