Troppa retorica sull’eroe dei due mondi

Caro Granzotto, lei che ci ha spesso deliziato con gli excursus storici gradirebbe dirci cosa ne pensa dello scontro avvenuto alla Camera nel corso delle celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi? A chi dare ascolto, a Bertinotti che indica Garibaldi come un Che Guevara o ai leghisti che lo indicano traditore, massone, criminale di guerra e ladro di cavalli? Garibaldi è il fulgido eroe che ci hanno sempre detto o è un manigoldo?



Come cambiano i tempi, caro Fiorenzi. Fino all’altro ieri «parlar male di Garibaldi» era locuzione che indicava un comportamento deprecabile, meschino, ingeneroso. Ora, a «parlar male di Garibaldi» ci si becca solo del «revisionista becero» (Severino Galante, del Partito dei Comunisti Italiani, dixit). Male, male, perché don Peppino è un Padre della Patria, è l’Eroe dei due Mondi, diconsi due. Certo, ne combinò di cotte e di crude in entrambi; violò la legge a tutto spiano e come afferma Bertinotti fu «incline a tentazioni autoritarie» (tentazioni alle quali non seppe o non volle resistere). Era fatto così e se c’era da menar le mani lui andava, senza star lì a pensare se la cosa fosse giusta o sbagliata. Molto poco giusta, stando alla vulgata, fu ad esempio la campagna dell’agosto ’62, che finì a schioppettate col Pallavicini («Garibaldi fu ferito - fu ferito in Aspromonte - porta scritto sulla fronte - di volersi vendicar. Disi un po' oi Garibaldi - chi l'è sta che l'ha ferito - Sa l'è sta mio primo amico - colonel dei bersaglier», si cantava al tempo). O quella del '67, conclusasi anzitempo con l’arresto di Garibaldi a Sinalunga (i Regi Carabinieri lo ammanettarono al termine di una cenetta a casa della famiglia Agnolucci. In base al menu, gloriosamente finito negli archivi, don Peppino aveva mangiato: crostini burro e alici, prosciutto e fichi, minestra in brodo, fritto misto di schienali e cervello, lesso di vitella e di pollo, sformato di erbe con rigaglie, arrosto di piccioni e galletti, crema, crostata, gelato e caffè. Mica male per lo spartano, frugale eroe). La stessa impresa dei Mille - l’aggressione ad uno Stato sovrano da parte di un corpo di irregolari comandato da un privato cittadino, faccenda che oggi farebbe venire un colpo apoplettico ai devoti della correttezza politica - fu annoverata fra le cause giuste solo dopo Calatafimi («Qui si fa l’Italia o si muore», secondo la vulgata. Stando ai fatti, invece, «Generale, ritiriamoci» disse Nino Bixio. E Garibaldi: «Ritirarci dove?»).
Quisquilie, caro Fiorenti, perché di riffa o di raffa Giuseppe Garibaldi gagliardamente contribuì, l’arma in pugno, a fare l’Italia unica e indipendente e questo basta a perdonargli eventuali ribalderie. E ad esimerci dall’esprimere giudizi, noi che tanto gli dobbiamo. Ecchediamine. Se poi le interessano quelli storici, di giudizi, sappia che Camillo Benso, Conte di Cavour, lo definì «eroico ciula», eroico fesso. E se lo ha fatto avrà avuto le sue buone ragioni. E sappia inoltre che all’indomani del così detto incontro di Teano, Vittorio Emanuele, primo ed indiscusso fra i Padri della Patria, scrisse a Cavour: «Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi sebbene, siatene certo, questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa». Come si dice, caro Fiorenti? Carta canta.
Paolo Granzotto