Troppe amnesie in quell’inno al riformismo

Riformismo della Resistenza: occorre superare «le vecchie laceranti divisioni nel riconoscimento del significato della Resistenza» (applausi a sinistra), «pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni» (applausi a destra). Benissimo. Ma forse un accenno al fatto che «la liberazione dal nazifascismo» è stata dovuta essenzialmente agli alleati angloamericani avrebbe portato sulla via verso la verità.
Un vero discorso riformista quello del Presidente: riformista della Resistenza, del comunismo, dell’antiamericanismo, del sindacalismo, del laicismo, del giustizialismo, dello statalismo. La morale? Non buttate via niente, guagliò.
Riformismo del comunismo: Napolitano ha la sua storia di comunista diventato post soltanto perché l’impero sovietico si è sbriciolato nel frattempo. Lo sappiamo. Però se si vuole fare un discorso alto sull’Europa non si deve fare riferimento ai nuovi ingressi nell’Unione presidio di pace e di tante altre belle cose, dimenticando che questi Paesi all’Europa sono approdati dopo essersi liberati dalla schiavitù della dittatura sovietica.
Riformismo del sindacalismo: la Repubblica, ci ha confermato il Presidente, garantisce il diritto al lavoro. E pazienza se questa è una delle frasi più vuote e inconcludenti della nostra carta fondamentale. Essa però è sempre servita a riempire di un carisma istituzionale il traffico politico della triplice sindacale. Cui Napolitano offre l’atteso sigillo del riconoscimento del suo «ruolo decisivo», pur chiedendole «forti aperture all’innovazione». Come no! Come se non fossero i sindacati concausa principale degli scarsi riflessi del nostro sistema produttivo e dell’inefficienza dei servizi pubblici.
Riformismo del laicismo: parole che condividiamo quelle di Napolitano sulla dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Ma che senso ha inserirle nel «deferente ringraziamento e saluto» a Benedetto XVI, se non confermare che in realtà ciò che sta a cuore è il rapporto con la Chiesa cattolica, da potere a potere, non la libertà religiosa come componente essenziale della libertà individuale?
Riformismo del giustizialismo: qui a dir la verità il Presidente si è risparmiato. Pensiero commosso alla dignità ferita, dalle tensioni con la politica, di coloro che sono chiamati ad assolvere «una così alta funzione costituzionale», la giustizia appunto; eppoi omaggio al Csm, espressione e presidio eccetera eccetera. Tranne un accenno ai tempi lunghi dei processi tutte le aberrazioni giustizialiste sono passate in cavalleria, anzi, corazzeria.
Dulcis in fundo il riformismo dello statalismo: viva la sussidiarietà, ma intesa alla cattocomunista, come «risorse della partecipazione di base» che ovviamente spetta allo Stato, e alle «istituzioni locali», specie e come nelle regioni rosse immaginiamo, udite udite «canalizzare». O forse voleva dire «cannibalizzare»?