«Troppe correnti anti-Walter, siamo un barca senza timone»

Giachetti: «Rischiamo di fare la fine dell’Unione. Basta con il gioco al massacro contro il leader»

da Roma

«Ormai abbiamo più correnti che dirigenti: stiamo trasferendo sul Pd tutti i peggiori difetti dell’Unione e se continuiamo così la gente non ci sopporterà più, come non sopportava l’Unione».
È un fiume in piena, Roberto Giachetti: libero battitore rutelliano, democrat della prima ora, è deputato da tre legislature e segretario del gruppo Pd alla Camera. Il vero «whip», frusta dei parlamentari e stratega d’aula dell’opposizione. E ne ha per tutti, nel Pd: anche per il leader, colpevole di «essere rimasto in mezzo al guado», senza andare fino in fondo a quel «rinnovamento che avevamo promesso e che la gente si aspetta».
Anche lei contesta Veltroni, onorevole Giachetti?
«Critico alcune scelte. Ma critico molto di più il quotidiano bombardamento su Walter che sta logorando tutto il Pd. E che non si spiega, visto che quelli che oggi si preoccupano di fondare correnti e marcare il proprio territorio sono gli stessi che gli hanno chiesto di prendere in mano il Pd quando era in uno stato pietoso. Lui manco voleva farlo, glielo abbiamo chiesto noi. E ora tutti a contestare la sua linea. Ma chi l’ha decisa?»
Già, chi?
«Esattamente quelli che ora la contestano. O qualcuno si è opposto quando lui ha detto che il Pd andava da solo, e ha il coraggio di sostenere che con l’Unione sarebbe andata meglio? Ci avrebbero tirato i pomodori».
Gli contestano di farsi «dettare» l’agenda dal governo.
«E’ inevitabile che l’agenda la faccia il governo. E il governo ombra sta lì apposta per proporre le nostre alternative: invece di dire che la social card fa schifo che caspita diciamo noi? Per ora preferiamo riempire i giornali di paginate su correnti e dibattiti sulla collocazione internazionale del Pd. Ma così sembriamo una barca senza timone in mezzo al mare. E poi chiamiamo la gente in piazza. Ma su che? Chi ci segue, se la classe dirigente di questo partito passa il suo tempo a differenziarsi su cose che nessuno capisce?».
Colpa di Veltroni?
«No: i dirigenti dovrebbero smetterla di comportarsi da capicorrente, stringersi attorno al segretario, chiudersi in una stanza e non uscirne senza una linea chiara. Ricordandosi che non sono i padroni del vapore, ma gli affidatari di un progetto che sta a cuore a milioni di elettori e militanti che ora vivono un disagio profondo».
Era sbagliata la linea del «dialogo» con Berlusconi?
«Nessuno ha dissentito quando Veltroni ha detto che dovevamo smettere di esistere solo perché eravamo “contro” Berlusconi. E che dovevamo farci carico dei problemi del paese con un’opposizione matura e propositiva. Il dialogo sulle riforme deve andare avanti, altrimenti torniamo esattamente al 2001. Solo che il mondo nel frattempo è cambiato».
Ma il Pd dice che dopo l’emendamento «salvapremier» il dialogo è chiuso.
«Berlusconi ha fatto una puttanata? Bene, contestiamola, opponiamoci duramente. Ma non mandiamo all’aria le riforme che servono al Paese. O ci facciamo fermare dalle urla di Di Pietro e dal rispuntare dei girotondi, che mi dà i brividi? Il nostro problema non è che Di Pietro prenda il 6% anzichè il 4%, è tentare di recuperare su una linea seria i voti moderati che oggi vanno tutti al Pdl?».
Perché quello della giustizia è un terreno così esplosivo per la sinistra?
«Non ci siamo ancora liberati di una cultura di scontro tra fazioni anziché di merito. Se Berlusconi sbaglia col “salvapremier” è possibile circoscrivere a quello la nostra contestazione, invece di stringerci in difesa tout court della magistratura? È ora di discutere di separazione delle carriere, obbligatorietà dell’azione penale, responsabilità civile dei giudici. E non perché lo vuole Berlusconi, ma perché lo chiede la gente. Se la magistratura ha un’indice di fiducia del 21% una ragione ci sarà: 8 anni per una sentenza civile, 9 per un divorzio, 10 per un risarcimento. Milioni di persone subiscono danni da questo stato di cose. Ma se il Pd resta ripiegato su se stesso, finisce in balìa del primo Di Pietro o Travaglio che passa».
Meglio il lodo Schifani del salvapremier?
«È una soluzione più ragionevole e meno squassante. A un patto, però».
Quale?
«Che poi Berlusconi non ci chieda un emendamento ad personam dei Patti Lateranensi per poter fare la comunione da divorziato. Questa poi no!».