Troppe gag e troppe gigionerie nel Cechov riletto da Nekrosius

A Roma un «Giardino dei ciliegi» fantasioso ma con poco pathos

da Roma

C'era una volta il grande Nekrosius che nei suoi Shakespeare e nei suoi Goethe ci immergeva nel misterioso mondo dell'alchimia e nel magico universo del sogno ricorrendo a scarni segni essenziali e ricorrenti. Bastava lo spazio vuoto del palco frugato da sciabolate di luci e dal lampo fugace di una veste a farci immaginare lo strazio di Gretchen come la solitudine senza scampo di Ofelia. Perché il regista sapeva alternare lo splendore del colore alla millimetrica scansione del verso per restituire la summa di un capolavoro del passato.
Adesso Il giardino dei ciliegi conferma il passo compiuto dal regista nel territorio accidentato del rispetto integrale del testo tutt'uno alla solita partitura di gag, mossette e funambolismi del suo passato sperimentale. Ne è nato uno spettacolo ibrido, denso di implicazioni interessanti come di impressionanti cadute di stile. Dove l'analisi della decadenza di una classe surclassata dall'attivismo dell'aristocrazia del denaro sulla scena si confonde, come nel cinema muto, col controcanto di gesti incongrui e smorfie allarmanti che dovrebbero farci capire, prima ancora che gli attori spiccichino una parola, la psicologia di personaggi appena intravisti. Niente di male: chi sogna di rimproverare a un artista che voglia fare più vero del vero di abbandonarsi al gioco allusivo della mimica? Che tuttavia dovrebbe illuminarci sul contenuto della parola e non mortificarne l'incidenza con indebite strizzatine d'occhio. Come accade con l'arrivo di Ljubov Andreievna che, appena giunta alla casa natale, si lascia cadere lunga distesa per terra prima che i suoi congiunti la depongano su un piedistallo dove la bella donna gioca la carta della Bella Addormentata sorpresa in trance dai suoi adoratori.
Se il talento del regista è immenso quello dell'autore non gli è da meno quando, per marchiare a fuoco la mancata dichiarazione di Lopachin a Varja, allude all'imbarazzo dei due giovani in poche frasi simili ai desolati rintocchi di una campana a morto. Cechov non ha bisogno di frenetici andirivieni: gli basta la musica suadente della poesia.

IL GIARDINO DEI CILIEGI - di Cechov. Regia di Eimuntas Nekrosius. Fondazione Stanislavsky di Mosca. Roma, Teatro Valle, poi in tournée.