Troppe omissioni del Pci sul passato che non passa

Perché i libri sul Pci non suscitano grande interesse a cercar di capire il passato di cui gli autori furono protagonisti? La domanda potrebbe essere formulata anche in un altro modo: perché è rimasto Silvio Berlusconi e un suo ispiratore come Gianni Baget Bozzo, a ritenere la lotta al comunismo un problema attuale? Inutilmente nei recenti testi di Rossana Rossanda e Pietro Ingrao si troverà l’ammissione che il comunismo è il Dio che è fallito. Al massimo, si concede che ha vinto ancora una volta la borghesia, il capitalismo, come riconosce Ingrao, e che la democrazia nel Pci era assai scarsa. Alla Rossanda sembra indifferente essere approdata dalla critica del dispotismo comunista nell’Urss all’impostura, cioè all’esaltazione del regime di Mao e di Castro. Ripudiato il mezzo, resta intatto lo splendore del fine. In realtà, a uscire vincitore dalla grande sfida che copre tutto il XX secolo è il liberalismo e una sua variante, il liberal-socialismo. Il totalitarismo di destra (fascismo e nazismo) e di sinistra (comunismo) non ce l’hanno fatta a piegare una concezione dello Stato, dei rapporti tra cittadini e potere, che da Locke, Montesquieu ecc. arriva a Tocqueville e, con poche correzioni, fino a noi.
Più di un aggiustamento e di una distorsione, in peggio o in meglio, ha subito invece sia il modo di produzione sia il ceto sociale che vive sul lavoro salariato. Nessuno riconoscerà nella fabbrica e nei manager di oggi l’immagine dei padroni delle ferriere e del proletariato industriale dell’800. La sconfitta dei comunisti è stata totale perché è avvenuta sulla loro pretesa di azzerare storia e natura. L’abbattimento del modo di produzione capitalistico e di un regime dittatoriale avevano per obiettivo qualcosa che tornerà nei miti di Mussolini e Hitler, cioè la creazione dell’uomo nuovo. Al pari del cristianesimo, che era una religione, il comunismo fu una soteriologia. Volle redimere l’uomo dai suoi mali e peccati e, sostituendosi a Dio, creare un’umanità liberata, cioè nuova. Ovunque nel mondo hanno vinto gli avversari dei comunisti (capitalisti e liberali) e gli stessi critici interni. A cominciare dal grande teorico della socialdemocrazia tedesca, Kautsky, maestro a lungo dello stesso Lenin.
Nel 1919, quando l’Armata Rossa marciava sull’Europa e sembrava dovesse allargare il successo dei bolscevichi, intitolò un suo saggio Terrorismo e comunismo. Bobbio lo scriverà negli anni Novanta recensendo su l’Unità in un’intervista a G. Bosetti, il volume Il libro nero del comunismo, edito da Mondadori. E Togliatti solo nel 1956 imiterà il traditore e «rinnegato» Kautsky (come venne bollato da Lenin) stabilendo un nesso tra democrazia parlamentare basata sul suffragio universale e socialismo. Si era all’VIII congresso del Pci, nel pieno della denuncia dei delitti di Stalin. Ma di fronte all’invasione dell’Ungheria, lo rinnegherà, degradando una rivolta popolare come quella ungherese a un sordido complotto dell’imperialismo americano e dei fascisti.
Se non si capisce che il comunismo fu non un male relativo (cioè un sistema minato da errori occasionali e comunque correggibili), ma un male assoluto, si finirà per prendere sul serio le rimostranze di quanti, tra gli ex comunisti e la vasta schiera dei cattolici di sinistra, pretendono di porre fine a un’esigenza di verità. L’idea di capire il passato che viene liquidata come un esercizio impietoso di criminalizzazione. Di fronte all’illusione che il comunismo sia finito nel 1989 e alla Bolognina l’intervento di Achille Occhetto abbia segnato una svolta, anche il lavoro degli storici, dei ricercatori diventa arduo. Il materiale documentario raccolto dalle Commissioni parlamentari di inchiesta sulle stragi e sul dossier Mitrokhin è blindato in impenetrabili uffici stralcio. Con lacci e lacciuoli regolamentari ecc. se ne impedisce la consultazione agli studiosi. Possibile che il presidente del Senato Franco Marini non riesca a sottrarsi a questa logica omissiva, facendo prevalere sui pretesti avanzati da impenitenti culex burocratici i diritti di chi si occupa professionalmente di storia?
Anche le carte, spesso preziose, conservate nei ministeri della Difesa e degli Interni sono diventate inaccessibili. In questo modo si perpetua la favola sui misteri dell’Italia repubblicana, ma si rischia anche di andare incontro a un boomerang. Infatti l’esigenza di accertare l’esistenza dell’apparato militare del Pci, dei finanziamenti sovietici, delle tangenti miliardarie prelevate dalle società di intermediazione comuniste sull’import-export con i Paesi dell’Europa orientale (e degli altri aspetti che ho illustrato nel volume Compagno cittadino. Il Pci tra via costituzionale e lotta armata, appena edito da Rubbettino), invece di passare attraverso il confronto, e la critica, delle fonti, diventerà solo un problema di carte di polizia. Davvero Marini, Amato e Parisi vogliono che il giudizio su questi aspetti inquietanti e gravi della storia del Pci coincida con quanto dopo il 25 aprile 1945 hanno redatto spie, confidenti e informatori un tanto a pagina?
Mi pare un motivo sufficiente per non banalizzare il ruolo del Pci nella formazione di alcune generazioni e nel creare un senso comune di massa che oggi sovrasta la sua supposta fine. È un passato che non passa. Fare luce su di esso è una battaglia per i lumi e non una guerra santa.