Troppe parolacce sui giornali? Quando ce vo’, ce vo’

Egregio dott. Granzotto, sono affezionato a Il Giornale dal lontano ’74, quando la sua testata era Il Giornale nuovo, e non posso fare a meno di segnalare un paio di cose che non gradisco: 1) da diverso tempo ottimi giornalisti inseriscono nei loro articoli parole che un tempo venivano definite da trivio o da caserma La cosa non mi scandalizza più di tanto, ma credo che questo tipo di modernità poco si addica alla levatura del nostro giornale, che è sempre stato il primo in classifica per il corretto uso della nostra lingua. 2) da diverso tempo noto che sia negli articoli come nella posta dei lettori, si registrano non pochi errori di battitura (ieri in una lettera, «del ballerino Bolle che ora balla nuso...»). Un tempo esisteva un correttore di bozze... un posto di lavoro soppresso? Peccato per quei piccoli errori e non parlo dei «che» non seguiti dal congiuntivo, fatto oggi - purtroppo - accettato da molti, ma di parole «pesanti». Esiste una qualche speranza di miglioramento? Comunque resterò un assiduo e pignolo lettore
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Come lei m’insegna, caro Gonella, anche nei bei tempi che furono sfuggivano gli errori di battitura (cioè di chi scriveva) subito ribattezzati refusi (errore «di stampa», del linotipista che componeva l’articolo) e che comunque finivano addebitati al mitico proto, cioè al capo dei tipografi. E anche allora, come adesso, c’erano i correttori di bozze dall’occhio acuto, colti, con assoluta padronanza del vocabolario, della grammatica e della sintassi, ma esseri umani e quindi fallibili. Oggi, poi, che gli scritti compaiono non più su carta, ma sullo schermo del computer, il lavoro dei correttori s’è fatto ancor più arduo. Si sono compiuti molti passi avanti per migliorare la risoluzione dei monitor, ma siamo ancora molto ma molto lontani dalla nitidezza e leggibilità di un testo stampato su quello che i telematici chiamano «supporto cartaceo». Questione di «dpi», punti per pollice: la stampa di alta qualità raggiunge i 2 mila «dpi», le lettere sullo schermo del computer, novanta, cento se va bene. Tutte faccende che per me sono ostrogoto - mi limito a riferirle ciò che mi fu detto - ma conta il risultato: lo schermo del computer è insidioso, può eludere l’attenzione del più scrupoloso dei correttori di bozze, eppure fior di professionisti non facili da raggirare.
Con i termini «da trivio o da caserma» il computer, è chiaro, ci azzecca niente. Quella è farina del nostro sacco. Un sacco necessariamente permeabile ai mutamenti del linguaggio, del modo di esprimersi degli ambienti sociali sui quali il giornalismo pone gli occhi. Bisogna prendere atto, caro Gonella, che certe parole una volta tabù sono diventate d’uso comune anche in àmbito politico, che pure si è sempre attenuto a un lessico molto formale. Se oggi qualche anglesismo - come «escort» - consente di non usare parole più grosse, in certi casi non c’è via di scampo. Facciamo un esempio? Facciamolo: quella prassi gaglioffa che in America è detta character assassination - ovvero screditare qualcuno per fargli perdere la stima altrui - e nella quale si distinguono i repubblicones, ha in italiano un corrispettivo popolare, certo non elegante ma efficace: sputtanamento. Brutta parola, sì. Che avrebbe anche un equivalente assai più compìto, infangare. Ma lei vorrà convenire che sputtanare meglio s’adatta, per quel tanto di laido che ne gronda, alle campagne giornalistiche della stampa morbosa, guardona e porcacciona (oltre che libera, democratica e indipendente, beninteso). Insomma, caro Gonella, questi sono i tempi e questa è, come direbbe Nichino Vendola, la narrazione. Non solo bisogna adattarvisi, ma anche tenervi testa. E se scappa qualche mala parola, il lettore perdonerà perché sarebbe molto più malo lasciar correre.
Paolo Granzotto