«Troppe scartoffie, così le aziende soffocano»

«Il ministro Brunetta ha detto una cosa positiva, a favore delle imprese italiane che muoiono soffocate da burocrazia e carte inutili. Le aziende non devono essere in odore di mafia, nessuno discute che ci vogliano i controlli: ma a che serve richiedere a ogni appalto una certificazione che lo Stato ha già?». Giorgio Guerrini, presidente di Confartigianato, taglia fuori le polemiche in nome della concretezza.
Lei è da sempre un nemico dell’eccesso di burocrazia, giusto?
«Sì, perché è una perdita di tempo e di denaro. Per le piccole e medie imprese, il costo della burocrazia equivale a 1,5 punti di Pil. Come si può parlare di crescita in queste condizioni?»
Magari basterebbe usare di più le certificazioni online?
«Qui bisogna dire le cose come stanno: è vero che la pubblica amministrazione ha fatto ingentissimi investimenti nell’informatizzazione. Ma è altrettanto vero che c’è una resistenza all’efficienza da parte di molti che ci lavorano. Basta vedere che cosa succede nei Comuni».
Che cosa succede?
«Sa quanti sono i Comuni italiani in grado di sbrigare una pratica tutta online? Solo 541, il 6,7% del totale. E se poi parliamo dei servizi alle imprese, la cifra scende ancora: 112 Comuni, pari all’1,4% del totale. A noi aziende si chiede di essere all’avanguardia e competitive, ed è giusto: ma deve esserlo anche la Pubblica amministrazione, altrimenti i costi li paghiamo noi. Motivo in più, per molti, per decidere di attraversare il confine».
E dove vanno?
«In Austria, in Svizzera o in Slovenia. Paesi dove la pressione fiscale non è certo superiore alla nostra, ma sicuramente ci sono meno burocrazia e costi certi. E questo vale anche per i ritardi nei pagamenti».
Sempre per quanto riguarda la pubblica amministrazione?
«Soprattutto: in Italia i tempi medi di pagamento sono il doppio della media Ue per i pagamenti tra privati, ma il triplo per quelli della pubblica amministrazione, 180 giorni contro 65. Ovviamente le piccole imprese e l’artigianato sono pesantemente colpiti, e dal 2010 al 2011 abbiamo visto un significativo peggioramento».