«Troppe tasse in Italia, così punite la ricchezza»

Il presidente della «Americans for Tax Reforms» boccia la Finanziaria: «Un esproprio così elevato di reddito? Immorale»

Annalisa Capuani

da Roma

Grover Norquist è presidente dell’Americans for tax reform, associazione statunitense nata grazie al presidente Ronald Reagan, che fin dal 1985 si batte contro l’aumento delle tasse sia a livello federale che statale. Inventore del Contract with America, storico documento programmatico sottoscritto nel 1994 dalla stragrande maggioranza dei deputati e senatori repubblicani, Norquist è anche l’ideatore di un pledge, ovvero un impegno a non aumentare le tasse, sottoscritto da 222 deputati, 47 senatori e dallo stesso presidente Bush. Lo abbiamo intervistato sulla Finanziaria in occasione del terzo Seminario Mises dell’Istituto Bruno Leoni, tenutosi il 6 e il 7 ottobre a Sestri Levante.
Quali sono le ragioni dell’immenso successo ottenuto dall’Americans for Tax Reform negli ultimi vent'anni?
«Credo che l’Atr sia riuscito ad avere un così grande successo nella Right Nation americana per una serie di ragioni storiche. Tornando indietro alla Rivoluzione, l’80% dei coloni, donne comprese, possedeva delle proprietà. Storicamente, questo ha determinato una salutare antipatia per le tasse, ulteriormente dimostrata dal fatto che gli Stati Uniti, per i primi 150 anni della loro storia, hanno conosciuto soltanto le tasse sul commercio. Le imposte sul reddito sono una relativa novità. Tutto questo, unito a una forte tradizione di rule of law e alla divisione dei poteri ha reso impossibile qualsiasi deriva socialista degli Stati Uniti. Non ci è riuscito neppure Franklin Delano Roosevelt, anche se forse con un sistema di democrazia parlamentare sarebbe riuscito a dare al suo New Deal un’impronta decisamente più socialista di quanto effettivamente non sia riuscito a fare. Inoltre, l’americano medio crede nella mobilità sociale: la ricchezza è comunemente considerata alla portata di tutti, il singolo non disperde i propri capitali tra i membri della propria famiglia, e l’invidia è generalmente considerata un potente mezzo di emancipazione sociale che genera un’emulazione virtuosa dei più intraprendenti».
Crede che noi europei abbiamo speranza di veder affermarsi nella società dei movimenti a protezione del contribuente come l’Atr?
«Dovete tenere in considerazione una differenza fondamentale con gli Stati Uniti: in Europa i partiti sono molto più monolitici. Un leader europeo può riuscire con grande facilità a cambiare l’indirizzo del suo partito, mentre negli Stati Uniti gli individui prendono più facilmente decisioni autonome su determinati aspetti: ecco perché come Atr siamo riusciti a far sottoscrivere il nostro pledge a senatori e deputati sia repubblicani che democratici. Inoltre, la natura più democratica della società americana fa sì che al sostegno dei politici si unisca quello della gente comune. Questo accade perché l’americano non percepisce la stessa distanza dai politici che invece limita l’azione dei cittadini europei».
Veniamo alla situazione italiana. La Finanziaria da poco varata dal centrosinistra prevede cinque aliquote fiscali diverse a seconda della fascia di reddito. Nello specifico, la fascia di reddito più bassa sarà invece colpita «soltanto» da una tassazione del 23%, mentre i redditi superiori ai 75.000 euro lordi annui saranno colpiti da un’aliquota pari al 43%. Il ministro Padoa-Schioppa ha affermato di non capire le lamentele dei ricchi. Come giudica tutto questo?
«Per prima cosa, un’aliquota del 23% su redditi tutto sommato modesti mi sembra quantomeno eccessiva. E certamente anche una tassazione del 43% è insopportabilmente alta, soprattutto se consideriamo che chi percepisce un reddito pari a 75.000 euro annui non può assolutamente essere definito «ricco». Una tassazione progressiva, inoltre, sortisce l'effetto deleterio di punire i creatori di ricchezza».
Molti potrebbero però obiettare che in questo modo è possibile redistribuire il reddito. Questa Finanziaria, quindi, per quanto dura, sarebbe se non altro morale. È d’accordo?
«Assolutamente no. Un sistema che espropria una percentuale così elevata dei redditi guadagnati dai singoli è assolutamente immorale. La divisione in fasce di reddito è un sistema che fa sì che i cittadini non siano vigili. Se esiste una fascia di reddito più pesantemente tassata della propria, la conseguenza logica è che non si guarderà mai alle proprie sfortune, ma solo a quelle altrui. È uno strumento di distrazione che i vostri politici sfruttano abilmente per impedire ai contribuenti di monitorarli nelle loro azioni».
Qualche giorno fa l’opposizione ha minacciato di scendere in piazza contro la Finanziaria. Crede davvero che sia necessaria una misura così estrema?
«Non ho nulla contro le manifestazioni, ma come rimedio a una tassazione esosa c’è ad esempio il trasferimento di capitali e di persone all’estero. In America succede da diverso tempo: non soltanto gli Stati Uniti attirano stranieri grazie a un miglior sistema fiscale, ma addirittura assistono a un’emigrazione interna da stati con alta pressione fiscale (la California, ad esempio, ha assistito a un esodo di ben due milioni di persone) verso altri caratterizzati da una pressione fiscale più bassa. Ma questa non è l'unica soluzione. La vostra opposizione dovrebbe in primo luogo dare battaglia in Parlamento per imporre la flat tax. È veramente necessario che seguiate l’esempio di stati come la Slovacchia, che hanno imposto un'aliquota unica al 19%, e stanno ottenendo eccellenti risultati in termini di crescita. Non c'è ragione di discriminare tra fasce di reddito: i cittadini debbono tutti godere dello stesso trattamento da parte dello Stato. Proteggere i redditi legittimamente guadagnati è né più e né meno che proteggere l’incolumità del singolo».