Troppi aborti in Inghilterra Il padre della legge si pente

Ogni anno più di 194mila casi. Il mea culpa di Lord Steel: «Non avrei mai immaginato una situazione così grave». In discussione norme più restrittive

da Londra

Ride e piange. Anche se ha appena dodici settimane. Anche se è ancora nel pancione della mamma. E sembra quasi che cammini nel suo grembo. L’immagine tridimensionale di un feto prodotta da Stuart Campbell, ex professore di Ostetricia e Ginecologia al King’s College di Londra e pioniere delle più recenti tecnologie di analisi prenatale, da qualche tempo ha riaperto nel Regno Unito il dibattito sull’aborto e costretto all’apertura di un’inchiesta del Comitato per la Scienza e la Tecnologia. Ma da ieri, da quando il padre della legge nazionale sull’interruzione di gravidanza, il liberaldemocratico Lord Steel, ha parlato al Guardian sostenendo che «troppi aborti» vengono praticati nel Paese e che l’abuso è ormai diventato una triste realtà, a Londra è scoppiata la bufera.
La responsabile per la Salute pubblica, Dawn Primarolo, che affianca il ministro della Salute Alan Johnson, ha dovuto replicare in Parlamento alla fila di fuoco trasversale di un gruppo di deputati che chiede un abbassamento dei limiti previsti dalla legge attuale, secondo cui è possibile interrompere la gravidanza entro il ventiquattresimo mese. Il ministro ha difeso fermamente il limite in vigore, ma non sembra aver convinto molti parlamentari e soprattutto le associazioni anti-abortiste che da tempo si battono per una revisione della normativa. Sul banco degli imputati finiscono anche autorevoli istituzioni come il Royal College di Ostetricia e Ginecologia (Rcog), accusato dalla parlamentare conservatrice Nadine Dorries di avere «un interesse finanziario riconosciuto per legge» per tenere alto il numero delle interruzioni di gravidanza.
A quarant’anni dall’introduzione dell’Abortion Act - sabato ricorre l’anniversario -, anche il Regno Unito scopre insomma che il dibattito sulla vita e sul diritto alla scelta delle donne è più aperto che mai. E i numeri non sono confortanti. Secondo le più recenti statistiche, lo scorso anno in Inghilterra e Galles sono stati praticati oltre 194mila aborti - con un aumento del 4 per cento rispetto al 2005 -, ma la cifra supera quota duecentomila se si includono anche quelli cui sono state sottoposte le donne irlandesi e nordirlandesi (dove la legislazione consente l’interruzione di gravidanza solo in caso di pericolo di vita per la madre e spinge verso la Gran Bretagna molte donne che non vogliono rinunciarvi). I dati del 1967 - anno in cui è entrato in vigore il provvedimento - registravano 55mila aborti.
È proprio a causa di queste cifre che si è pronunciato ieri in un’intervista al Guardian il padre di quella legge: «Non avrei mai immaginato che si sarebbe arrivati a questi numeri quando ho condotto la mia campagna. Tutti possono concordare sul fatto che ci siano troppi aborti», ha detto Lord Steel. Nel Paese è emerso un atteggiamento «irresponsabile», secondo il quale molte donne ricorrono all’aborto «se le cose vanno male» e usano l’interruzione di gravidanza come un metodo contraccettivo.
Pur non essendo convinto che la legge attuale vada modificata, Lord Steel ha ammesso che anche l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, «aveva qualche ragione» quando diceva che abortire oggi è diventato troppo facile. Sì, perché nel dibattito che da qualche tempo infiamma il Regno Unito, alcuni giorni fa era intervenuto anche il capo della Chiesa anglicana. «Per le donne britanniche l’aborto non rappresenta più l’ultima opzione possibile, ma viene ormai considerato una normale procedura di routine», aveva detto l’arcivescovo, paventando il rischio che la questione non fosse più considerata «come una grande scelta morale». Con lui i cardinali della Chiesa cattolica, che avevano diffuso una lettera aperta destinata all’opinione pubblica inglese per sottolineare la gravità di questa tendenza, pur ammettendo l’improbabilità di un’abolizione della legge.