Troppi amici non c’erano? Io so che era giusto esserci

di Il mondo è popolato di cretini. Vi sono cretini presenti e cretini assenti. Una prova di più l’abbiamo avuta ieri ai funerali di don Verzé a Illasi, vicino a Verona. Io ho pensato giusto andarci arrivando da casa mia tra Ferrara e Rovigo, poco lontano. Altri, pensavo, saranno andati a salutarlo nella camera ardente a Milano. Forse è per questo che non li vedo qui. E invece il tema unico dei giornalisti era: non è venuto nessuno, nessuno di quelli così vicini a don Luigi e che tanto hanno avuto da lui. Nessuno. Né a Milano né a Illasi. Ho cercato di darne una spiegazione. Con sprezzo del pericolo, e opportune considerazioni, Massimo Cacciari c’era. E infatti, contrariamente ai molti amici di don Verzé, milita a sinistra. Per fortuna c’ero io che non ho avuto niente da lui se non una stima di principio. E nessun favore. E nemmeno una cattedra. Io c’ero perché c’ero. Ai facili riferimenti agli amici assenti ho contrapposto la domanda: «Ma la De Monticelli c’era?». Titolare, nell’università Vita-Salute del San Raffaele, della cattedra di filosofia della persona. Non era più una persona frequentabile don Verzé? Così sembrerebbe. Ma gli ha reso onore Marco Pannella ricordando i suoi libri e le sue conversazioni con il cardinal Martini dove aveva manifestato una posizione radicale su argomenti spinosi come il rapporto tra la religione e la scienza (come me, anzi io come lui, don Verzé pensava che se Dio è grande e onnipotente non può non comprendere la scienza e limitarne la ricerca con gli esiti utili alla salute dell’uomo). Dio è tutto e non ci può essere contraddizione tra evoluzionismo e creazionismo. Non era eretico don Verzé ma, per il bene dell’uomo, non faceva crociate contro gli anticoncezionali e i preservativi che riteneva utili a evitare malattie ed epidemie. È anche piuttosto strano che un Papa o un cardinale si mettano a questionare su un palloncino di gomma. Don Verzé non riteneva inconciliabili fede e ragione per il bene dell’uomo, utili l’una e l’altra e l’una all’altra. Di più: è inimmaginabile che abbia fatto alcunché per interesse avendo perseguito la guarigione dei malati come obiettivo principale e con straordinari risultati. Per questo non può aver cercato di truffare o rubare danaro perché come tutti gli uomini di potere disponeva senza preoccuparsi (questo è un suo errore) di come fossero amministrati i soldi. Perseguirlo fu una inutile violenza. Egli era il capo, non il cuoco: non stava in cucina, anche se disponeva del cibo. Dicendo queste cose ai giornalisti a Illasi ho trovato il solito provocatore che mi ha investito definendomi «il Marinetti delle stronzate» e da lì una piccola polemica su chi non vuole ascoltare ed è sempre pronto a giudicare. In realtà la cosa più forte che io ho pensato e ho detto è che in questo razionalista cristiano la violenza delle accuse avesse determinato uno sconforto non diverso da una patologia fisica. Un dolore interiore al quale era preferibile una buona morte davanti alla fine di ciò in cui aveva creduto e per cui aveva combattuto. Se il fallimento del comunismo, ed altri fallimenti, avevano condotto Lucio Magri alla scelta di interrompere la vita per delusione, sconforto, mancanza di motivazioni, qualcosa di simile - ho pensato - deve avere attraversato la mente di don Verzé. Una considerazione ardita ma suggerita dalla singolare coincidenza dei tempi. I funerali sono stati seguiti da molte persone ma non c’era nessuno dei soliti noti. Male? Bene? Paura? Vigliaccheria? Ognuno ha deciso come ha voluto. Io so che nel ricordo di un uomo giusto era giusto esserci.