Troppi due Castellitto Il film di Amelio rimandato a settembre

Il doppio flop di Accorsi del 2004 ha consigliato di distanziare di più le uscite

Michele Anselmi

da Roma

Si fa presto a dire star-system. Ricordate il settembre 2004? Nel giro di tre settimane, tra settembre e ottobre, uscirono due film interpretati da Stefano Accorsi, l’attore più gettonato del cinema italiano. Eppure L’amore ritrovato e Ovunque sei incassarono in tutto cinque milioni di euro, niente rispetto alle aspettative (e ai soldi spesi per farli). Magari non erano venuti bene, magari neanche una star del calibro di Accorsi poteva compiere il miracolo. O forse, lanciati in modi diversi, senza farsi concorrenza, i due film avrebbero funzionato molto meglio al box office.
In quel caso fu impossibile trovare l’accordo tra Medusa e Raicinema. Infatti, scottato dall’esperienza, l’attore emiliano pensò bene di diradare le proprie apparizioni sullo schermo (ora sta girando due film in Francia, Le brigate Tigre e Chi ha paura di Fidel?). Per dire insomma che anche i più bravi, quelli che fanno noleggio, hanno di che temere da un’esposizione mal calibrata, da un eccesso di presenza. Il rischio, diciamo la verità, riguarda molti: da Alessio Boni a Luigi Lo Cascio, da Silvio Muccino a Michele Placido, da Elio Germano a Riccardo Scamarcio, solo per restare nell’ambito maschile.
Sarà anche per questo, per scongiurare sovrapposizioni autolesioniste, che Raicinema ha pensato bene di distanziare al massimo le uscite di due suoi nuovi titoli di punta, ovvero Il regista di matrimoni di Bellocchio e La stella che non c’è di Amelio, entrambi costruiti sulla presenza carismatica di Sergio Castellitto. Molto attesi e circonfusi da un alone di segretezza, i due film sono praticamente pronti, eppure tra l’arrivo in sala dell’uno e dell’altro passeranno almeno sette mesi. Il primo è in calendario per febbraio (magari in coincidenza col Festival di Berlino), l’altro per settembre (magari in coincidenza con la Mostra di Venezia).
Strategia giusta e ragionevole per ottimizzare i costi? O timore di condannare il pur bravo Castellitto a una sorta di over exposition mediatica? Argomenta l’amministratore delegato di Raicinema, Giancarlo Leone: «Bisogna stare molto attenti a non saturare, inflazionare o sfruttare un artista. Alla lunga non paga. Intendiamoci, Castellitto è un attore straordinario. Basterebbe vedere come incarna, anche fisicamente, senza i vizi e i tic tipici di certe star, due personaggi così diversi (un regista in crisi che scappa in Sicilia in cerca di una rigenerazione e un operaio metallurgico all’inseguimento della sua fabbrica, spostata in Cina, ndr). Ma penso che due apparizioni ravvicinate non gioverebbero a nessuno. Poi, certo, molto dipenderà anche dalle scelte dei selezionatori di festival».
La pensa così Saverio Ferragina, storico press-agent di attori come Accorsi e Giovanna Mezzogiorno, nonché animatore della martellante campagna promozionale per The Passion. «Fanno benissimo a divaricare le uscite», teorizza. «Castellitto è un volto molto popolare, anche sul piano televisivo. Una sovraesposizione potrebbe nuocergli, è sacrosanto offrire allo spettatore un momento di riflessione, tanto più considerando le forti personalità dei due registi, Bellocchio e Amelio». Chiediamo se nel caso di Accorsi fu sbagliato raddoppiare, puntando esclusivamente sul richiamo divistico. La risposta diplomatica è: «Io non l’avrei fatto».
La parola torna allora a Leone, per il quale «l’attore di successo dovrebbe imparare a gestirsi con oculatezza». Aggiunge: «Il panorama attuale del cinema italiano ha moltiplicato volti e talenti emergenti. Ci sono tanti trentenni in gamba. Romanzo criminale, da questo punto di vista, è quasi un manifesto programmatico. E però bisogna trovare la misura giusta, anche sul piano del marketing». Insomma, cruciale è la qualità del prodotto, specie nella fascia medio-alta del cinema d'autore con ambizioni popolari, ma guai a sbagliare timing, palcoscenico e strategia di lancio.
Un «sentimento» sul quale forse concorderebbe l’operaio protagonista di La stella che non c’è. Il Vincenzo impersonato da Castellitto si incaponisce, solitario, nella convinzione che la macchina industriale venduta ai cinesi abbia un difetto. Tutti pensano alla perdita del posto di lavoro. Lui controbatte: stiamo vendendo una macchina guasta. «Vincenzo - spiegò Amelio in un’intervista a Repubblica - teme la cialtroneria, l’approssimazione, il menefreghismo in un mondo dove tutti dicono: “Tanto non se ne accorge nessuno”. Ma la cialtroneria è una malattia pericolosa. Può nascerne un lassismo che porta a disastri cosmici». E se valesse anche per il cinema?